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venerdì 17 maggio 2013

LEZIONI AMERICANE, IL LAVORO ITALIANO NEGLI U.S.A.


Nei giorni scorsi i visitatori americani di questo blog hanno superato quelli dell’Italia. Negli Stati Uniti risiede il quindici per cento dei lettori della VOCE CIVICA. Non conosco la ragione ma mi fa piacere. Voglio omaggiare chi mi legge dagli States con un ricordo delle mie trasferte di lavoro a Fort Worth – Texas.
Per molti anni ho fatto parte di un gruppo di lavoro dedito ai trasferimenti di know-how dall’Italia in tutto il mondo. Il mio ruolo era la formazione del personale locale, insegnavo loro a padroneggiare una tecnologia italiana, derivata dagli studi che valsero al professor Natta il premio Nobel per la chimica.
Da quelle esperienze ho tratto un manoscritto “La Valigia di Pelle – per il mondo al tempo della globalizzazione”. Di quel libro, in attesa di pubblicazione, riporto il primo racconto.
                                                                                              umuzzatti@gmail.com

La voliera più grande del mondo
Gli Stati Uniti sono una terra di molti contrasti, tenuti insieme da una capacità d’integrazione che riesce a far convivere popoli e culture, climi e paesaggi affatto omogenei, architetture neoclassiche e grattacieli, i veicoli spaziali e i calessi degli Amish. Già arrivando sopra New York con un volo dall’Europa, si nota il “contrasto armonico” tra la Statua della Libertà e lo skyline di Manhattan. Giungendo, poi, all’aeroporto di Dallas – Fort Worth, meta finale del nostro viaggio di lavoro, inizia un percorso tra elementi contrastanti di ogni tipo e che pure coesistono senza sforzo apparente. Dall’avveniristico complesso aeroportuale texano al downtown di Fort Worth, “il luogo dove comincia il West”, si compie un viaggio avventuroso nello spazio e nel tempo. Il centro storico della città, infatti, è stato mantenuto come ai tempi della “frontiera” e quando c’è la fiera, si vedono ancora i cavalli legati alla staccionata fuori dei saloon.
     Quando giungemmo negli uffici della società di cui eravamo consulenti, la cosa che più ci colpì fu il contrasto tra i computer e le scrivanie su cui erano posati. Modernissimi i primi, modelli non ancora disponibili in Italia. Le scrivanie, invece, ci riportarono indietro agli anni cinquanta, alle cattedre di legno massiccio delle nostre maestre. Più tardi Mr. Lawson ci spiegò che, in fondo, una scrivania è solo un piano di appoggio e lavoro: fin che svolge questa funzione, non c’è motivo di cambiarla. Questa fu solo la prima lezione di “analisi del valore” che apprendemmo in quella trasferta.
     La seconda lezione arrivò per gradi nei giorni seguenti. Per il nuovo impianto, acquisito chiavi in mano in Italia, l’azienda texana stava costruendo un nuovo stabilimento. La prima volta che ci portarono in cantiere era già in piedi la struttura in carpenteria metallica. Dissero che sarebbe stato pronto nel giro di due settimane. Non dubitammo pensando a un rivestimento e alla copertura in pannelli prefabbricati. Invece, nei giorni seguenti, l’involucro del fabbricato, falde del tetto comprese, fu rivestito da una rete metallica leggera, tipo quella usata per i pollai. Sembrava un’enorme voliera. Aspettammo e vedemmo che, poi, cominciando dal tetto, sulla rete venivano stesi dei rotoli di materiale isolante supportato, verso l’interno del fabbricato, da una pellicola di plastica bianca. Infine all’esterno, fissandole con viti ai correnti metallici della struttura, furono fissate delle lamiere grecate, con la classica funzione di tamponamento con adeguata resistenza. Montate le porte nei vani predisposti, essendo privo di finestre per evitare le dispersioni termiche, il capannone era in pratica finito.
Mr. Hopkins, concluse la seconda lezione di “analisi del valore” facendoci osservare che, in fondo, la funzione propria del fabbricato, contenere in sicurezza e confortevolmente addetti, impianti e materiali, era soddisfatta. Ma io resto dell’idea che, in questo caso, abbia ragione il legislatore europeo che impone nei luoghi di lavoro un’adeguata finestratura, di cui una parte apribile, perché i lavoratori abbiano luce e aria naturale. Che d’altronde sarebbe bene assicurare anche ai polli.

giovedì 16 maggio 2013

I DIRITTI ACQUISITI, GIUSTE TUTELE O PRIVILEGI LEGALIZZATI?


Di fronte a certe situazioni italiane, inaccettabili e apparentemente inamovibili, si è presi dallo sconforto. Viene da pensare se sia mai possibile che nessuno ci pensi, vada al fondo delle questioni, ne scopra le origini e proponga dei rimedi. A ben guardare, però, qualcuno che ci pensa si trova. Dalla massa delle informazioni che ci sommergono, si possono ancora estrarre dei passi interessanti che andrebbero meditati e tradotti in provvedimenti. Ne riporto uno dal quotidiano Il Gazzettino del 16 maggio. Si tratta di un intervento del Deputato di Scelta Civica Enrico Zanetti.
     “Questo paese è bloccato dalla logica del diritto acquisito e lo è doppiamente perché, nella sua sistematica incapacità di assumere decisioni e di fare distinguo tra situazioni virtuose e viziose, pretende di tutelare acriticamente qualsiasi posizione maturata o anche mera aspettativa, senza neppure distinguere tra quelli che sono in effetti diritti da tutelare e quelli che sono oggettivamente privilegi da smantellare. Bisogna passare dalla logica del diritto acquisito a quella del diritto sostenibile, in forza del quale l’unico diritto che può considerarsi acquisito è quello che può continuare ad essere acquisito anche da chi non ne è già titolare”.
     Questo il passaggio cruciale dell’onorevole Zanetti. Parole sacrosante che andrebbero scolpite sopra gli scranni dei legislatori, perché – in effetti – i diritti acquisiti traggono normalmente origine da una legge approvata dal Parlamento. Norma che si vorrebbe mantenere immutata anche a fronte di cambiamenti epocali.  Rispetto a quanto scrive il deputato di Scelta Civica, io mi domando, e non da ora, se si può considerare acquisto un diritto che non è commisurato, correlato al diritto degli altri che si trovino nella medesima situazione. Se è diritto un provvedimento legislativo che nella pratica realizza una disparità tra soggetti e situazioni equiparabili. Se è diritto un provvedimento particolare che non tiene conto del contesto generale.  
     La legislazione del lavoro e previdenziale, quella relativa alle attività economiche private e al pubblico impiego hanno generato tutta una serie di “diritti acquisiti” che sono insostenibili e non più raggiungibili da nuovi soggetti, come dice l’onorevole Zanetti. E spesso non sono correlati ai (non) diritti di altri e commisurati alle reali condizioni del paese, aggiungo io.  I “diritti acquisiti” da alcune categorie nel passato limitano, ora, i diritti dei giovani a un lavoro non precario e degli anziani a trattamenti pensionistici adeguati. Le riforme promesse e necessarie dovranno tenerne conto. Anche andando a commisurare i “diritti acquisiti” da alcuni, al diritto di tutti e alle possibilità del Paese.
                                                                                              umuzzatti@gmail.com

     

martedì 14 maggio 2013

INTERNAZIONALIZZAZIONE O DELOCALIZZAZIONE PRODUTTIVA?


Quale ruolo hanno svolto alcune agenzie pubbliche nel trasferimento di attività produttive italiane all’estero?
E quale, invece, avrebbero potuto e dovuto svolgere per il consolidamento dell’economia nazionale in tempo di globalizzazione dei mercati?
Per la tenuta delle imprese e dell’occupazione giocano (o dovrebbero giocare) un ruolo importante anche le finanziarie statali e regionali che hanno per oggetto sociale la promozione internazionale del sistema economico-produttivo italiano. Per esempio, in quella che era la locomotiva italiana, il mitizzato Nordest, operano Finest e Informest. Due finanziarie locali partecipate dalle regioni Friuli Venezia Giulia, Veneto e Trentino Alto Adige. La prima “Finanzia con strumenti mirati gli imprenditori che intendono svilupparsi all'estero”. La seconda ha “L’obiettivo di promuovere lo sviluppo economico e i processi di internazionalizzazione”.
     In pratica le due società hanno aiutato le imprese del Nord-est, in particolare del Friuli Venezia Giulia e del Veneto a de-localizzare, in altre parole a trasferire stabilimenti e produzioni oltre l’ex cortina di ferro. Hanno utilizzato i soldi dei contribuenti, provenienti in gran parte dalle imprese e dai lavoratori italiani, per spostare il lavoro dall’Italia in altri paesi.
     Ora che il processo “di internazionalizzazione” delle imprese è quasi compiuto, si potrebbe (e forse si dovrà) cambiare la loro mission. Bisognerà che, dopo aver assistito gli imprenditori a de-localizzare le attività produttive, si aiutino i giovani e i lavoratori in genere a internazionalizzarsi, cioè a emigrare in cerca di fortuna, come facevano i loro padri e nonni, che dal Nordest – prima del boom – emigravano in massa. 
     Le imprese del Nordest avevano bisogno di assistenza, e di processi aggregativi, per sviluppare i mercati esteri, non per trasferirvi le produzioni. O almeno non con il sostegno pubblico. Un solo esempio: il Nordest ha le capacità produttive per realizzare quasi tutto ciò che si può trovare nella famosa catena svedese di arredi e complementi per la casa. Manca, appunto, la capacità commerciale adeguata e innovativa che ha saputo creare il signor Ingvar Kamprad. Il quale è capace persino di rivenderci i nostri stessi prodotti, visto che molti articoli che noi compriamo nei centri commerciali che ha aperto in Italia, sono fabbricati (sino a ora) nei nostri mobilifici.
                                                                                              umuzzatti@gmail.com

sabato 11 maggio 2013

TERRITORIO ITALIANO DA RECUPERARE E RILANCIARE


Serve un nuovo modello di organizzazione delle istituzioni territoriali, riconoscendo che le aree metropolitane e quelle rurali hanno problematiche ed esigenze diverse, che devono essere gestite autonomamente le une rispetto alle altre.
Com’è in Germania, Svizzera e Austria, dove il territorio non è in declino come in Italia e le città non sono state devastate dalla cementificazione indotta dall’inurbamento forzato dalle politiche centralistiche dello stato e delle regioni.
Quando si vola dall’Italia in Germania, passando o dalla Svizzera o dall’Austria e, soprattutto, quando si fa il tragitto inverso, si nota in modo chiaro un fatto che non depone a nostro favore. Di giorno e con il cielo limpido, le città, i paesi e i borghi, tedeschi, svizzeri e austriaci, risaltano compatti nel verde circostante. Non una casa, un fabbricato di qualsiasi specie e destinazione, è posto fuori dai perimetri urbani, grandi o piccoli. A un certo punto, il panorama muta: sotto di noi sfilano ammassi edificati più o meno densi, le costruzioni sono sparse ovunque, non c’è un chilometro quadrato di verde libero. E’ il segnale che l’aereo ha passato il confine: siamo sopra l’Italia.
Quando in treno o in auto si attraversano le valli svizzere e austriache e soprattutto quando, per qualsiasi motivo, ci si inoltra in quelle secondarie, si nota la vitalità dei paesi di montagna. Anche quelli non “benedetti” da madre natura e dallo “zio turismo” sono vivi e non denotano il fenomeno dello spopolamento così diffuso nella nostra montagna, che ha lasciato indenne dal fenomeno solo le perle turistiche. Perché? Si domanda il cittadino curioso, più che il tecnico. Le risposte sono più di una ma non vi è dubbio che la principale attenga all’organizzazione e gestione territoriale delle istituzioni, assai diverse, rispetto all’Italia, in Germania, come in Svizzera e in Austria.
La Germania, è noto a tutti, è una repubblica federale, composta, dopo la riunificazione, da sedici stati federati. I länder, tenuto conto delle differenze, si collocano allo stesso livello delle regioni italiane. Meno note, a quel che si legge, sono alcune interessanti caratteristiche della suddivisione amministrativa. Queste peculiarità, sono in buona parte presenti anche in Austria e Svizzera, gli altri due stati federali a noi vicini. Senza entrare nel dettaglio, non è questa la sede, si riportano quegli elementi che potrebbero (dovrebbero!) essere considerati anche in Italia per la riforma delle autonomie locali di cui si sta discutendo.
In Germania, come nel resto d’Europa, l’istituzione di base, e più vicina al cittadino, è il comune. Tra il comune e il land (equiparabile alle nostre regioni, almeno in parte) si colloca il “circondario” che è una federazione di comuni, preposta all’erogazione dei servizi locali (di area vasta) per i quali i comuni sono troppo piccoli e i länder troppo grandi e “distanti”. In pratica i circondari tedeschi (e i distretti austriaci e svizzeri) sono i corrispettivi delle province italiane, ma con almeno tre differenze sostanziali che li rendono più efficaci, più condivisi dalla popolazione e sostanzialmente più democratici.
Sono più compatti e omogenei; sono in pratica delle federazioni di comuni con pari dignità e senza la preminenza di una città capoluogo. Proprio l’inquadramento separato delle città, costituisce l’elemento più interessante.  Queste ultime (generalmente quelle con più di cinquantamila abitanti, ma alcune sono anche più piccole) sono definite “città extracircondariali”, sono allo stesso tempo comune ed ente intermedio, con il sindaco che fa anche le funzioni che nei “circondari rurali” svolge il presidente degli stessi. Questa distinzione amministrativa riconosce un fatto inemendabile, in altre parole che gli ambienti urbani e quelli territoriali hanno problematiche, esigenze e, persino, mentalità dei residenti, differenti e porta a soluzione i problemi che ne derivano, assegnando l’amministrazione delle città ai cittadini e del territorio agli abitanti dello stesso.
Questa è la ragione principale che ha evitato a Germania, Svizzera e Austria il degrado e lo spopolamento del territorio (anche di quello montano) e l’accrescimento caotico e problematico, da tutti i punti di vista, dei capoluoghi, che sarebbe arduo definire sviluppo. Questi Stati hanno saputo e voluto governare omogeneamente lo sviluppo territoriale, attuando il principio di equivalenza e pari dignità delle comunità, urbane e rurali, grandi e piccole, di pianura e di montagna, assegnando a ciascuna una sufficiente autonomia per il governo locale e la ricerca delle forme confacenti di sviluppo.
Per esemplificare l’articolazione del sistema amministrativo tedesco si può considerare il land della Turingia, uno dei più piccoli tra quelli territoriali. Bisogna ricordare che tre länder, Berlino, Amburgo e Brema, sono “città stato”, in altre parole privi di territorio extraurbano. Anche questa è una particolarità che potrebbe interessare in certi casi: per la capitale in relazione a ruolo e popolazione, o per Trieste, privata del territorio dopo la guerra.
 La Turingia ha un’estensione di poco inferiore a quella del Veneto (16.000 kmq contro 18.000) e una popolazione di 2.200.000 abitanti (circa la metà del Veneto). Il länder tedesco è costituito da 936 comuni, aggregati in 17 circondari rurali e con sei città extracircondariali per un totale di 23 enti intermedi. Per confronto il Veneto è costituito da 581 comuni, distribuiti in sette province. Le medie sono, per la Turingia: 2.350 abitanti per comune e 95.000 per ciascun ente intermedio (circondario). In Veneto ci sono in media 8.600 abitanti per comune e 714.000 per provincia (ente intermedio). Si deve anche notare che, al posto dei sette capoluoghi, nel land tedesco vi sono sei “città extracircondariali” con abitanti che vanno dai 38.000 della più piccola ai 205.000 di Erfurt che è la capitale dello stato federato. 
Si può notare l’alto numero dei municipi tedeschi a presidio di tutti i borghi e, ovviamente, con una struttura, funzioni e costi minimi, perché la gran parte dei servizi di prossimità è assicurata dai circondari che hanno la dimensione ottimale per gestirli con efficacia e in economia. Circondari che sono costituiti da federazioni di comuni compatte e omogenee che hanno tra di essi “stretta integrazione territoriale e in ordine alle attività economiche, ai servizi essenziali alla vita sociale, nonché alle relazioni culturali e alle caratteristiche territoriali”. Caratteristiche, queste ultime, che mancano spesso, e in misura rilevante, alle province italiane.
Si leggono in Italia delle proposte che, anziché avvicinare l’articolazione amministrativa a quelle già dimostratesi efficaci nei paesi vicini, se ne discostano. Basti pensare all’ipotesi di soppressione dei piccoli municipi; al mantenimento (o alla creazione) di enti intermedi ancora più grandi, rispetto alle attuali province e, per conseguenza, ancora più disomogenei e “distanti” dalla popolazione; al mantenimento dei privilegi ai capoluoghi, come la sistematica destinazione di maggiori fondi “pro-capite”, rispetto alle città non capoluogo e ai paesi del territorio. Preoccupa che nessuno ne parli, nessuno citi l’organizzazione amministrativa degli stati vicini. Viene da chiedersi se gli “addetti ai lavori” non ne siano a conoscenza o, pur sapendo, tacciano ed è difficile giudicare se sia peggiore l’una o l’altra delle due sole alternative possibili.
                                                                                              umuzzatti@gmail.com



mercoledì 8 maggio 2013

L’IRRESPONSABILITA’ DISTRUGGE L’ITALIA


I programmi satirici continuano a documentare dipendenti pubblici che timbrano e non vanno al lavoro. 
Di chi è la responsabilità? E cosa è necessario fare? Subito e coinvolgendo tutti i livelli.

Infine, anche i dipendenti del Senato della Repubblica sono stati immortalati dalle telecamere mentre timbrano il cartellino di ingresso al lavoro e se ne vanno a spasso o fare i loro comodi. Siamo al penultimo stadio, più in lato c’è solo il colle del Quirinale. Quando anche uno solo dei dipendenti della prima carica istituzionale sarà immortalato in simile atteggiamento, lo scempio sarà completo.
     Da anni le trasmissioni satiriche certificano il fenomeno, prima e più di quelle d’inchiesta o delle magistrature ordinarie e contabili. Dai vari servizi andati in onda, pare che il fenomeno non sia circoscritto che, anzi, sia diffuso in molti dei servizi pubblici e a tutte le latitudini. In questo l’Italia è unita e uniforme, da Trieste a Trapani. Fa rabbrividire che continui nonostante la crisi, la disoccupazione, le aziende che chiudono, le molte persone che arrivano a gesti estremi. Ebbene nonostante tutto ciò c’è chi incassa regolarmente uno stipendio senza aver corrisposto per intero le prestazioni che giustificherebbero la remunerazione.
     Ciò fa sorgere delle domande laceranti e inquietanti: com’è possibile che si sia giunto a tanto? Che continui ancora con l’Italia e tanta parte degli italiani in ginocchio? Chi governava (controllo politico) e chi dirigeva (controllo manageriale) negli anni in cui questa prassi si è instaurata, dilatata e consolidata? Che cosa intendono fare i nuovi governanti e il management pubblico per stroncare alla radice queste truffe ai danni dello stato, dei contribuenti e dei cittadini tutti? Non era così nei primi decenni del dopoguerra come ho riferito in uno scritto precedente (cfr. “La responsabilità salverà l’Italia”). La deriva è cominciata negli anni Settanta ed è dilagata nei decenni successivi.
     E’ strabiliante osservare la reazione dei “responsabili” quando vengono loro mostrati i filmati dei collaboratori che timbrano per i colleghi assenti o che registrano l’entrata al lavoro e se ne vanno. Cadono dalle nuvole! Non si vuole e non si può generalizzare, ma ciò fa emergere che molti dei dirigenti e responsabili ai vari livelli della pubblica amministrazione sono inadeguati a ricoprire la funzione, sono letteralmente irresponsabili, perché non rispondono, come dovrebbe ogni coordinatore, delle prestazioni di tutti e di ognuno dei propri collaboratori.
     Il cartellino marcatempo è stato introdotto molto tardi nelle pubbliche amministrazioni, ben prima era in uso nelle industrie e attività private. Lo scopo era ed è quello di rilevare la presenza dei lavoratori ai fini del calcolo delle ore da retribuire, uno strumento di ausilio per l’ufficio del personale più che per i capireparto e capiufficio. I quali devono conoscere, direttamente o tramite i servizi di staff, l’organizzazione del lavoro e dei lavoratori subordinati, in ogni istante passato, presente e futuro (programmazione, controllo avanzamento, ecc.). Chi dirige, coordina, conduce un gruppo di collaboratori deve conoscere i contenuti, qualitativi e quantitativi, del lavoro e quindi programmare l’attività del gruppo e di ciascun addetto. Avendo sempre chiaro che il responsabile risponde dell’operato di tutti e di ognuno, ovvero della quantità e qualità delle prestazioni svolte in un dato tempo.
     I fatti che la televisione ci ha più volte documentato dimostrano che molti funzionari pubblici non sono responsabili delle unità che presiedono; non ne hanno il controllo. Sono stipendiati da dirigenti, ma, di fatto, non dirigono. Bisogna assolutamente reintrodurre nella pubblica amministrazione la responsabilità di comportamento e soprattutto di risultato. Pare che il presidente Grasso, vedendo in anteprima i filmati che mostravano i dipendenti del Senato “all’opera”, abbia assicurato che i responsabili saranno puniti. Confidiamo che lo faccia, anche perché al vertice della struttura e, quindi, primo responsabile è proprio lui.
                                                                                                 umuzzatti@gmail.com

    




   

mercoledì 1 maggio 2013

LEGGE ELETTORALE: FISSARE GLI OBIETTIVI PERSEGUITI E I REQUISITI DA SODDISFARE


Il Capo dello Stato da anni, i Saggi nelle loro conclusioni, il neo Presidente del Consiglio,  gran parte dei politici, i media, i commentatori e tutti - cittadini ed elettori - invocano una nuova legge elettorale. Tutti avanzano proposte, spesso per il proprio tornaconto. 
Se non si vuole ricadere in un altro "pasticcio all' italiana", sarebbe bene discutere e definire, preliminarmente, le esigenze che s’intendono soddisfare e gli obiettivi che s’intendono perseguire con la nuova legge elettorale

Nei paesi democratici, anche sostanzialmente simili come potrebbero essere quelli dell’Unione europea, i parlamentari sono eletti con sistemi elettorali molto diversi. Si sa anche che il “sistema perfetto” non esiste e che ciascuno di quelli in essere, o sperimentati in passato, non assicura risultati “perfettamente democratici”. In pratica,  ogni sistema favorisce certi aspetti e ne penalizza altri.
     Resta da vedere in che misura e a cosa è data priorità e, in ogni caso, se, attraverso le regole elettorali adottate, il popolo riesce a esprimere, in grado sufficiente, la sovranità di cui è titolare. Premesso che il sistema elettorale comprende l'insieme delle norme che regolano le elezioni, il dibattito si concentra sui due elementi fondamentali: il sistema di votazione e il metodo per l'attribuzione dei seggi o formula elettorale. Quest’ultima è classificabile in due categorie fondamentali: maggioritaria e proporzionale alle quali si sono aggiunti, da pochi decenni, i sistemi misti o corretti.
     Negli ultimi tempi il dibattito sulla legge elettorale ha ripreso vigore. Giustamente. Le discussioni vertono quasi esclusivamente sui possibili sbocchi della nuova normativa. Schieramenti, partiti, correnti e “saggi” avanzano le loro proposte basate più che altro sul calcolo del proprio tornaconto. Così almeno i primi dell’elenco. E non si fanno mancare nulla tra le possibili combinazioni di maggioritario e proporzionale; con collegi uninominali e plurinominali; circoscrizioni grandi e piccole; turno secco o doppio; liste bloccate e voto di preferenza; sbarramenti e premi di maggioranza.
     Però, se non si vuole ricadere in un'altra anomalia tutta italiana dopo il “Sistema maggioritario plurinominale, nell’ambito di un Collegio Unico Nazionale” in arte “Porcellum”, sarebbe bene discutere e definire le esigenze che s’intendono soddisfare e gli obiettivi che s’intendono perseguire con la nuova legge elettorale. Solo in questo modo si potrà chiarire preventivamente se si sta ricercando un sistema equilibrato e sostanzialmente democratico (posto che il perfettamente ancora non esiste) e si potrà verificare poi, in che misura la legge approvata soddisfa i requisiti che si è dichiarato di voler soddisfare.
     Ex post è chiaro che il “Porcellum” perseguiva attraverso le regole che lo caratterizzano il “voto limitato” già sperimentato con scarso successo alla fine dell’ottocento (sic!) e lo scopo ultimo conseguito è il regime delle oligarchie di partito. Il solo modo per evitare simili e altre amare prospettive è di sapere ex ante a cosa mira e dove porta un determinato sistema. Per questo bisogna incalzare i partiti e i politici tutti a mettere in chiaro le specifiche dei loro progetti di legge che sono, appunto, l’elenco dettagliato delle esigenze, dei bisogni e dei requisiti che vogliono soddisfare con le loro proposte.
     A tal fine è fondamentale il ruolo della stampa, perché i rischi di una ricaduta sono dietro l’angolo. Un solo esempio: scottati dalle liste bloccate, molti invocano il voto di preferenza. Ma attenzione, se questo sarà associato a Circoscrizioni plurinominali molto vaste, ancora una volta avranno mano libera le segreterie di partito; prevarranno i candidati con grandi budget di spesa, i volti noti (il più delle volte per ragioni diverse dalle capacità politiche o amministrative), i paracadutati, i “sempieterni”, con il rischio (quasi la certezza) che porzioni importanti della società civile e del territorio non avranno un proprio rappresentante tra gli eletti. E, peggio ancora, che resteranno fuori molte persone competenti, nelle mentre le istituzioni elettive saranno occupate da altri con minori competenze, per non parlare di vocazione al bene comune e altri aspetti etici. 
                                                                                                 umuzzatti@gmail.com


sabato 20 aprile 2013

LA RESPONSABILITA' SALVERA' L’ITALIA


La responsabilità deve essere l’atteggiamento e la condizione a base dell’azione pubblica e privata.
Solo il comportamento responsabile dei singoli, dei gruppi e delle organizzazioni - sociali, politiche, istituzionali - può invertire la tendenza e creare le condizioni per una ripartenza del paese.

Qualche giorno fa sono passato da Feletto Umberto, un paese un poco fuori mano nelle vicinanze di Udine. Con il navigatore ho calcolato che dista 46 chilometri dal paese dove ho frequentato le scuole elementari e, secondo lo stesso, ci vogliono un’ora e dieci minuti di autovettura per coprire la distanza. Una mia maestra delle elementari, però, percorreva questa strada con la Lambretta degli anni Cinquanta e allora non tutte le strade erano asfaltate. Tutti i giorni, andata e ritorno. Era puntuale, si cominciava alle otto e trenta e si finiva all’una meno un quarto, per recuperare i quindici minuti di ricreazione. In due anni d’insegnamento, mancò un solo giorno, lo ricordo bene perché fu un avvenimento. Pioveva e nevicava, allora come ora, ma lei puntuale alle otto e quindici parcheggiava la Lambretta e all’orario stabilito teneva lezione. Non si sgarrava di un minuto, né all’inizio né in chiusura né per la ricreazione.
     Era una scuola in collina di due sole pluriclassi, l’edificio era isolato rispetto alle case sparse del paese. La direzione didattica era situata in un altro comune a una decina di chilometri. Ricordo bene che il direttore veniva a visitare la scuola una sola volta l’anno. Le due maestre (si) gestivano da sole la didattica e ogni aspetto connesso. Il Comune si occupava esclusivamente dell’eventuale manutenzione dell’edificio e per la pulizia provvedeva una signora che abitava nelle vicinanze. Non si parlava ancora di bidelli o di ausiliari strutturati. Insomma, per farla breve, il tutto era sotto la responsabilità delle maestre, ognuna per le sue classi. Quelle maestre furono veramente, totalmente ed efficacemente responsabili. Lo possono assicurare i discenti di allora. Lo furono pur non avendo controlli ravvicinati, gerarchici, funzionali, terzi o interessati. Nel nostro caso il controllo era quasi nullo, loro lo sapevano, eppure facevano tutti i giorni, per l’intero anno scolastico il loro dovere. Erano “intrinsecamente” responsabili.
     Si dice spesso che bisogna recuperare l’etica, il senso del dovere, per riannodare i fili di una società in degrado; per ridare fiducia ai cittadini soprattutto nei confronti delle istituzioni, delle amministrazioni, degli enti che costituiscono, nell’insieme, lo Stato. Ebbene, prima e più di tutto, per un vero recupero va reintrodotta la responsabilità, a tutti i livelli. Bisogna che tutti siano responsabili, nel loro lavoro, nelle loro funzioni. Bisogna che ognuno, in ogni luogo, pubblico o privato, prenda consapevolezza delle conseguenze dei propri comportamenti e modo di agire che ne deriva. In ogni contesto deve essere assicurata la condizione di dovere rendere conto di atti, avvenimenti e situazioni in cui si ha una parte, un ruolo. Solo così l’Italia può ripartire e rimanere agganciata al treno dell’Europa.
                                                                                              umuzzatti@gmail.com

giovedì 18 aprile 2013

DECENTRAMENTO O AUTONOMIA, PER LE REGIONI E GLI ENTI INTERMEDI?


Su quanti livelli istituzionali dovrà essere riorganizzato lo Stato?
Come saranno strutturati gli enti intermedi? E quali le loro funzioni? 
Prima di rispondere sarà meglio studiare le soluzioni adottate in Europa.

In “Perché l’autonomia della Provincia” - su Autonomie, n. 10/2007, Centro Studi Friulani, Udine - con la conoscenza e la competenza dell’uomo di legge, Marcello Perna, autonomista triestino, evidenzia il solco che si è creato in Italia tra il “paese legale” e quello “reale” e il venir meno del rapporto fiduciario tra politica e cittadini. Egli ricorda che le riforme strutturali che oggi si impongono sono principalmente di un triplice ordine: “Riduzione delle tasse e riordino del sistema fiscale; rilancio delle intere possibilità economiche nazionali; revisione dell’apparato burocratico e dei servizi pubblici”. La radice del “problema italiano” è correttamente individuata nel centralismo dello Stato, nel non sufficiente decentramento e nella mancata autonomia delle istituzioni territoriali. Questo tipo di analisi, e la prognosi che ne consegue, travalicano finalmente gli ambienti autonomisti e diventano elemento di dibattito in fasce sempre più ampie della società, in attesa che la politica se ne occupi concretamente. Nessuno s’illude più che la “questione italiana” si possa risolvere con un’“ordinaria amministrazione” entro il quadro normativo attuale. Sono necessari cambiamenti strutturali, è urgente una forte e diretta responsabilizzazione di tutti i soggetti coinvolti portando gli ambiti normativo, amministrativo, di spesa e di controllo, al più basso livello possibile, vicino al cittadino e al contribuente.
     Perna ricorda come l’art.5 della Costituzione, inerente allo sviluppo delle autonomie locali e il decentramento dei servizi che dipendono dallo Stato, sia rimasto in buona parte inapplicato e auspica l’innovazione necessaria per “raggiungere un nuovo equilibrio dinamico nella distribuzione dei poteri tra centro e periferia”. Auspicio che è la ragion d’essere e la base dell’azione del movimento autonomista. Tuttavia, a quasi sessant’anni dalla promulgazione della Costituzione è lecito domandarsi se, allo stato attuale e nelle prospettive future, si possa confidare in una tardiva applicazione per risolvere le questioni inerenti, o se invece non sia venuto il tempo di por mano, con le dovute procedure, alla Costituzione stessa. Poiché, né la quarantennale “prima Repubblica”, né la “seconda” è riuscita a scalfire il centralismo e ad avviarci a una qualche forma, più o meno spinta, di federalismo.
     Già, lo Stato federale: questo è il punto, il vulnus della nostra Costituzione. Non ce ne vogliano i “Padri”, a partire da Oscar Luigi Scalfaro strenuo difensore della Carta, sappiamo bene che in essa vi è tanto di eccellente, ma questa mancata previsione è alla base del “problema italiano”. Se c’é uno Stato che, in ragione della sua storia, geografia, economia, cultura, lingue, doveva, e deve, essere una federazione, questi è l’Italia. Si può comprendere che, essendosi compiuta l’unità da parte di una monarchia, allora la questione non si poneva nemmeno, ma all’avvento della Repubblica, questa doveva essere federale. Come la Germania e l’Austria che uscivano disastrati dalla guerra al pari dell’Italia. La mera applicazione del vigente art. 5 della Costituzione poteva andar bene per il decentramento sul territorio dei poteri e servizi dello Stato, ma si rileverà del tutto inadeguato per un’autentica autonomia delle frazioni territoriali di primo livello che lo compongono. Con l’autonomia (vera) molte competenze e funzioni sono esclusiva delle istituzioni locali e ivi allocate di diritto, non decentrate. Allo Stato centrale rimangono solo le competenze che, per economia di scala ed esigenze di uniformità, è bene lasciare in capo allo stesso ed, esclusivamente per queste, è da prevedersi il decentramento, quando riguardano l’intera popolazione e tutto il territorio nazionale. Solo una riforma in senso federale dello Stato è in grado di assicurare l’autonomia necessaria per arrestare la deriva che ci allontana dall’Europa e dal novero dei paesi ad alto tasso di sviluppo, civile ed economico.
     Per quanto attiene alle ripartizioni/istituzioni territoriali, Perna osserva che: “Il Comune costituisce un lembo di territorio troppo piccolo per porsi a presidio di peculiari interessi o elaborare strategie politico-economiche significative, mentre la Regione è un’espressione politico geografica corrispondente a un concetto troppo vasto, e per sua natura in realtà ambiguo, inadatto a offrire affidamento a tutte le collettività locali che la compongono…”. Per quanto sopra, egli individua nella Provincia il livello territoriale ottimale, l’istituzione da rendere autonoma: “Il centro della vita pubblica, politica ed economica…”. Sul Comune siamo pienamente d’accordo: sono troppo piccoli, non solo per elaborare strategie politico-economiche, ma anche per l’erogazione dei servizi cui sono preposti. Per le Province, però, si può osservare che mantengono buona parte dei limiti attribuiti alle Regioni: sono esse stesse un’espressione politico geografica non omogenea. La provincia di Pordenone, per esempio, soffre tuttora della tripartizione storica: area friulanofona, area venetofona e capoluogo che non è mai stato riferimento per nessuna delle prime due. Il tutto è perpetuato e attualizzato da uno sviluppo differenziato che, non per caso, ricalca la divisione in tre del Friuli occidentale. Lo stesso è per la provincia di Gorizia. E per quella di Udine l’articolazione, in circoscrizioni con un sufficiente livello di omogeneità, è anche maggiore. Non diversa è la situazione nella gran parte delle province italiane. Osta ancor più a un rinnovato e maggior ruolo delle Province il fatto che l’effettiva autonomia, grande o piccola, si ha con il potere legislativo che tanto l’Italia, quanto l’UE, riconoscono al livello regionale. Certo, tutto si può modificare, ma la dimensione delle Province italiane non sono sufficienti per far loro assumere questo ruolo.
     Per i motivi detti la sorte della Provincia appare segnata, nonostante la strenua difesa da parte di non marginali frange politiche e sociali che già hanno avviato una capillare azione di lobbying. Non vi è più ragione di avere cinque istituzioni elettive principali: Comune, Provincia, Regione, Stato, UE. Imprescindibili esigenze di efficacia ed economia di erogazione dei servizi, impongono una riorganizzazione su quattro livelli che in Italia avrebbero già dovuto esserci. Non fosse che, approvato quello nuovo –la Regione- non si è soppresso quello precedente –la Provincia- che era funzionale alla gestione del territorio da parte dello Stato centralista, ma non può costituire la base per una riorganizzazione dello Stato in senso federalista, quale che sia il grado di autonomia e le competenze da lasciare in capo alle “unità federate”.
     Per disegnare l’articolazione delle autonomie locali, poi, non si potrà derogare a due principi guida tesi, il primo ad assicurare a tutti i cittadini, l’erogazione dei servizi al massimo livello qualitativo e al minor costo possibile, e il secondo a garantire la più ampia e diretta partecipazione alla gestione della cosa pubblica, entro livelli istituzionali condivisi, di cui il cittadino si senta parte costituente, ovvero comunità. Raccogliendo a fattor comune i diversi elementi si vede come l’Istituzione autonoma e intermedia, dotata di potere legislativo, in Italia e in Europa, non possa che essere la Regione. Per quanto attiene la partizione interna alla stessa, riconosciuti troppo piccoli i Comuni attuali, troppo grandi, non omogenee e non rappresentative di comunità univoche le Province e accertata la necessità/fattibilità della riduzione dei livelli amministrativi, bisogna individuare una partizione/istituzione territoriale che si sostituisca a entrambe rispettando il senso di appartenenza della popolazione e le imprescindibili esigenze di efficacia ed efficienza. Per il nome non c’è che l’imbarazzo della scelta, potrà chiamarsi Comunità, Comprensorio, Distretto, Supercomune o altro ancora. Per quanto riguarda invece la sostanza, ovvero il dimensionamento, l’individuazione, e perimetrazione -salvo aggiustamenti, da lasciare all’autodeterminazione democratica- la storia ci consegna pronti e condivisi questi aggregati territoriali, cementati da vicende secolari: i Mandamenti. Intesi ovviamente come circoscrizioni intermedie, tra comuni e circondari, ovvero come aggregazione di municipi di un territorio e di una popolazione sufficientemente omogenei. Tutti gli abitanti dei comuni facenti parte, anche se attualmente non vi sono vincoli istituzionali, riconoscono il ruolo preminente del centro mandamentale, se ne sentono parte e nessuno, più di questo, conosce e condivide le sorti del territorio afferente. Ecco che, federando i Comuni del Mandamento, si può ottenere quel Supercomune (che per altro verso è il “Minimo Comune Necessario”) indispensabile per un’efficace riforma delle autonomie locali e di cui, per altro, sono già provate l’esistenza e la bontà, si veda in Austria. Ove vi sono le condizioni, il “Supercomune” potrà avere anche un’estensione maggiore, sino a quella che era il Circondario. Le previste “Città metropolitane” in fondo ricalcano la logica del Circondario che era ed è l’ambito territoriale di gravitazione di una città.
     Non è questa la sede per scendere nei dettagli ma si può intanto assicurare che tutti i Municipi resteranno aperti, operativi e, anzi con un maggior ventaglio di servizi, in quanto un ristretto numero di operatori qualificati, mediante postazioni connesse ai server del Supercomune, della Regione e, perché no, di alcune amministrazioni dello Stato, potranno evadere pratiche e rilasciare documenti che, attualmente, il cittadino deve rincorrere in sedi remote. A firmare sarà il Sindaco che, nei paesi più piccoli, potrà essere anche il solo eletto e che, assieme ai rappresentanti degli altri Comuni andrà a formare il Consiglio intercomunale strutturato nelle forme e con le figure necessarie: presidente, assessori, consiglieri. Nel complesso il Consiglio e la Giunta del “Supercomune”, pur assicurando la rappresentanza di tutti i Municipi federati, non supereranno numericamente quelli attuali del più grande di essi. E’ superfluo rilevare che un’adeguata individuazione dei Supercomuni, rispettosa anche dei vincoli orografici, permette la soppressione dell’ente di secondo livello Comunità montana, senza nulla togliere, anzi liberando risorse da investire in loco da parte dei Supercomuni di montagna.
     Concludendo è interesse generale dell’Italia attuare una riforma in senso federalista dello Stato e, in ogni caso, riconoscere la più ampia autonomia alle partizioni di primo livello individuate nelle Regioni. Lo è in particolar modo per il Sud, perché il centralismo ha danneggiato principalmente quella parte del Paese e solo responsabilizzando le popolazioni e le amministrazioni locali è possibile un riscatto. E’ necessario completare la riforma regionalista togliendo dalla Costituzione il vincolo sulle Province e riconoscendo alle singole Regioni la potestà di riorganizzare le autonomie locali. Tra l’altro l’abolizione delle Province consentirà un più razionale e capillare decentramento dei servizi (auspicabilmente pochi) che rimarranno di esclusiva pertinenza dello Stato, andando a collocarli anche nei medi centri e non più solo nelle città ex capoluoghi di Provincia. A quel punto le Regioni, dotate di autonomia legislativa in alcune materie, riorganizzeranno la propria articolazione amministrativa su due livelli: il proprio, con funzioni di alta programmazione, coordinamento generale e controllo, oltre a poche competenze dirette di area vasta, e i “Supercomuni”, equiordinati e quindi a loro volta dotati di specifica autonomia, che diventeranno i principali, più prossimi e quindi più efficaci, erogatori di servizi ai cittadini.
                                                                                                umuzzatti@gmail.com

lunedì 15 aprile 2013

EMERGENZA LAVORO, COSA PUO’ E DEVE FARE IL GOVERNO


Per il centro sinistra bisogna “mettere un poco di lavoro”. Per il centro destra è urgente “rilanciare l’economia”. Anche gli altri due movimenti, presenti in Parlamento, dichiarano prioritario lavoro ed economia. Che cosa possono e devono fare il Parlamento e il nuovo Governo, quando ci sarà?

Di certo non potranno stabilmente e proficuamente aumentare l’occupazione con un indiscriminato ampliamento del pubblico impiego. Se siamo qui, in queste condizioni, lo dobbiamo anche (ma non solo) alle infornate di dipendenti assunti, per calcolo elettorale e clientelare, più che per piani di sviluppo e reali esigenze delle varie amministrazioni. Intendiamoci: il complesso del pubblico impiego è fondamentale, indispensabile per lo sviluppo di uno Stato moderno ed efficiente. Per questo deve essere qualificato, motivato, responsabilizzato. Al contempo, però, deve essere dimensionato in base alle reali esigenze e possibilità del paese. Il pubblico impiego del futuro dovrà essere mirato e esclusivamente ai servizi da svolgere, quindi, necessariamente più snello.
     E’ impensabile, anche, viste le esperienze passate, interne e internazionali, un ritorno all’industria di Stato, alle partecipazioni pubbliche in economia. Se, quindi, lo Stato non può direttamente dare “un poco di lavoro” e “rilanciare l’economia”, cosa può realmente fare per tali scopi? Che a tutti appaiono prioritari e con risvolti armai drammatici per molti, dai giovani disoccupati, a quanti perdono il lavoro nella maturità; dai dipendenti, ai professionisti; dagli autonomi ai piccoli e medi imprenditori?
     Lo Sato può e deve creare le condizioni perché riparta l’economia e con questa l’occupazione. Questo è il suo ruolo! Un ruolo strategico nella fase attuale dello sviluppo mondiale e della globalizzazione dell’economia. Bisogna ricreare le condizioni per fare cessare l’esodo delle imprese, degli imprenditori, dei soggetti qualificati. Bisogna far rientrare, almeno una parte, di quanti hanno delocalizzato le loro attività, il lavoro, se stessi. Bisogna attrarre imprese e investimenti esteri. Bisogna che lo spirito imprenditoriale, creativo, lavorativo degli italiani, delle nuove leve soprattutto, possa svilupparsi in loco.
     Solo lo Stato può ripristinare le condizioni perché ciò avvenga. Per questo il nuovo Governo e il Parlamento devono:
-Delegificare, ovvero ridurre e semplificare il quadro normativo; siamo la nazione con il più ipertrofico e farraginoso corpus legislativo: meno norme e più chiare!
-Assicurare la certezza del diritto e ridurre drasticamente i tempi della giustizia.
-Semplificare e snellire gli adempimenti burocratici.
-Ridurre il carico fiscale, diretto e indiretto, su imprese e lavoratori.
-Ridare dignità al lavoro e il giusto riconoscimento sociale a chi lo pratica e lo procura.
-Adeguare le infrastrutture e ridurne il costo di utilizzo.
-Mantenere elevati gli standard formativi a tutti i livelli.
Questo lo può e lo deve fare lo Stato e solo lo Stato. Non altro, come sussidi, incentivi, iniziative economiche dirette, che servirebbero a poco e per un periodo limitato.
                                                                                                umuzzatti@gmail.com

mercoledì 10 aprile 2013

UN ENTE PER IL TERRITORIO E LE COMUNITA'


Bisogna superare il centralismo provinciale e costituire delle aggregazioni di comuni posti su un piano di parità. Com’è in Austria, Germania, Svizzera, tutti stati con ottimi sistemi amministrativi e servizi ai cittadini eccellenti.

Credo che tutti abbiano potuto osservare che nei comuni delle nuove province poco o nulla è cambiato rispetto a prima. Ben diversa è l’evoluzione della città capoluogo, l’unica che beneficia, in modo diretto (maggiori trasferimenti, investimenti, uffici, servizi) e indiretto (sviluppo indotto, affluenza dal territorio, concentrazione emporiale), del nuovo status.
     In generale si può osservare la crescita del capoluogo e il depauperamento del territorio. Il problema è costituito dalla struttura stessa della Provincia italiana, molto incentrata sul capoluogo, da cui prende il nome stesso. Mentre spesso non è rappresentativa di un territorio e di una popolazione omogenea a prescindere dalla dimensione.
     Il problema dell’efficacia e dell’efficienza, nell’erogazione dei servizi al territorio, non si risolve con province più piccole o più grandi, ma modificando la struttura dell’ente intermedio. In particolare superando i privilegi dei capoluoghi, con la separazione amministrativa del territorio (piccoli e medi comuni) dalle città, perché gli stessi hanno problematiche ed esigenze diverse. Com’è in Austria e Germania, due stati con ottimi sistemi amministrativi.
                                                                                               umuzzatti@gmail.com

     

lunedì 8 aprile 2013

LA PRODUTTIVITA' IN ITALIA


I lavoratori italiani, per preparazione, impegno e produttività sono tra i migliori al mondo.
La produttività complessiva del “sistema Italia” è il vero problema, sul quale né lavoratori né imprenditori possono incidere direttamente.

Si sente parlare spesso, negli ultimi tempi, di produttività. Persino il Capo dello Stato, Giorgio Napolitano, ha detto più volte che l’Italia deve recuperare produttività, per competere sui mercati internazionali e superare la crisi economica. Chissà quanti, nel sentire queste affermazioni, sono indotti a credere che i lavoratori o le aziende italiane lavorino meno (o peggio) di altri e che quindi debbano aumentare i ritmi di lavoro e gli investimenti in tecnologie e migliorare l’organizzazione aziendale. Per fare chiarezza, e rendere giustizia ai lavoratori e agli imprenditori italiani, bisogna comprendere cos’è e come si misura questa “benedetta produttività”.
In termini tecnici, la produttività è il rapporto tra la produzione ottenuta e il tempo lavorativo impiegato allo scopo. Quando il rapporto è fatto tra le unità prodotte da uno o più lavoratori diretti (che effettivamente eseguono trasformazioni) e il tempo da loro impiegato si parla di “produttività diretta”. Quando la produzione è rapportata alle prestazioni dei diretti più gli indiretti (capi, assistenti, manutentori, magazzinieri, …) si parla di “produttività di reparto o di stabilimento”. Quando al divisore si aggiungono anche le prestazioni di impiegati e dirigenti, si parla di “produttività aziendale”.
Siccome in economia tutto si misura in valori monetari, i termini tecnici “unità prodotte e tempi” sono convertiti nei corrispondenti “valore della produzione e costo dei fattori produttivi”. Allora, la “produttività economica” di un’azienda è il rapporto tra il valore della produzione vendibile, ottenuta in un dato periodo, e il costo dei fattori produttivi riferibili al medesimo periodo.
Bisogna ricordare che il valore della produzione dipende da molti fattori (tipologia, qualità, prestazioni, marchio, …); che la quantità di produzione ottenuta dipende dai lavoratori, dall’organizzazione, dagli investimenti tecnici; che nel costo dei fattori produttivi confluiscono molte voci, oltre a salari e stipendi e relativi oneri (costi di energia, dei trasporti, del denaro per gli investimenti e l’esercizio, imposte, …).
Come abbiamo visto, per un’azienda possiamo individuare diversi tipi o livelli di produttività che, in questa sede, posiamo riassumere nelle due più importanti, quella tecnica dei lavoratori e quella economica o globale dell’azienda. A queste due dovremo aggiungere almeno un livello sovra aziendale che potremo chiamare “produttività del sistema”. Quest’ultima, in accordo con quanto detto, è il rapporto tra il valore prodotto dal sistema, in un dato tempo, e i costi generati dal sistema nel medesimo periodo. La matematica non lascia scampo: il rapporto è favorevole quanto più alto è il dividendo (il valore della produzione) e più basso il divisore (i costi del sistema).
Per quanto ho potuto osservare, nei molti paesi in cui ho operato come consulente tecnico, solo in Svezia ho riscontrato una “produttività diretta” (dei lavoratori) superiore all’Italia. I lavoratori italiani, per preparazione, impegno e, in ultima analisi, produttività sono tra i migliori al mondo. Anche la “produttività globale” delle aziende italiane è competitiva per quanto attiene i fattori che possono controllare autonomamente (produzione, organizzazione, impianti e investimenti) ma è penalizzata dai fattori che non può controllare (costi energetici e di trasporto, infrastrutture, burocrazia, incertezze normative, lungaggini giudiziarie, oneri sociali e fiscali elevati e a volte impropri, …).
Per questo, è la produttività complessiva del “sistema Italia” il vero problema, sul quale né lavoratori né imprenditori possono incidere direttamente. La questione è complessa e la lascio ben volentieri a economisti e politici. Si può però ricordare che, in accordo con la formula data, l’indice di produttività migliora se cresce il valore della produzione. Perché ciò si verifichi, sono necessarie due condizioni: che aumentino i lavoratori e che tra questi sia maggiore il numero dei “diretti-produttivi” e si riducano gli “indiretti” che, pur necessari perché il sistema funzioni correttamente, non aggiungono valore.
In altre parole servono più occupati e tra questi un maggior numero di “aggiuntori di valore” e un minor numero di “incrementatori di costo”. La Francia, per esempio, con una popolazione superiore all’Italia del sette per cento ha un prodotto interno lordo (il citatissimo PIL) superiore al nostro del ventidue per cento. Ciò è dovuto principalmente al maggior tasso di occupazione (64%) rispetto al nostro (57%) e a un miglior utilizzo della stessa, privilegiando le attività che incrementano valore e minimizzando l’incidenza dei servizi - pubblici e privati - mediante un’efficace organizzazione e controllo degli stessi.
Per finire, quando si auspica, una “maggiore produttività” bisognerebbe aggiungere del “sistema Italia” e avere l’accortezza di dire che ciò implica principalmente (quasi esclusivamente, oserei dire) azioni che sono nell’esclusiva facoltà di legislatori e amministratori pubblici. Non lasciar credere che si dovrebbe lavorare di più e meglio nelle aziende private; cosa, per altro, sempre possibile e costantemente ricercata dalle imprese italiane.  

sabato 6 aprile 2013

IL PROBLEMA ITALIANO: COSTI E PRIVILEGI DEL SETTORE PUBBLICO


Determinano, tra l'altro, una contrapposizione tra chi gode di tutte le garanzie e chi è in balia della crisi economica e non vedendo vie d'uscita, decide di farla finita. E' tempo che la politica metta mano per evitare un nuovo scontro di classe.

Alcuni eventi drammatici, è di ieri la notizia del suicidio di quattro persone di cui tre congiunti, devono essere letti anche alla luce della spaccatura in due del paese. In Italia non si contrappongono più proletari e capitalisti (o lavoratori e imprenditori) ma è netta la divisione tra settore privato e settore pubblico. Il primo sta attraversando una crisi senza eguali che evidenzia spesso le difficoltà, tanto dei lavoratori quanto degli imprenditori, sino alle estreme conseguenze del suicidio per disperazione e mancanza di prospettive. Il secondo, costituito da tutti coloro che fanno parte del settore pubblico, è solo marginalmente toccato della crisi: niente perdite di lavoro e stipendio garantito ogni mese.
     Ho sotto gli occhi, la statistica dei suicidi per motivi economici degli ultimi mesi, in tutto 89 persone: 55% imprenditori e artigiani; 31% disoccupati; 8% lavoratori dipendenti; 6% pensionati. Nessuno tra i dirigenti e i dipendenti pubblici, loro sono al riparo dai colpi più tremendi della crisi. Non ci si uccide per qualche anno di lavoro in più, o qualche punto di maggiore tassazione; bensì quando si perde tutto e non si vedono vie d’uscita. In quest’ultima condizione si vengono a trovare solo quanti operano nel settore privato, siano essi lavoratori dipendenti, autonomi o imprenditori.
     Le dinamiche socio-economiche, indotte dalla legislazione nazionale, hanno portato alla formazione di due nuovi raggruppamenti: “la classe degli statali” e la “classe dei privati”. Non siamo ancora alla lotta di classe aperta, ma è evidente che gli interessi delle due parti sono ormai divergenti. Ciò perché le garanzie e i privilegi dell’una non sono compatibili con la precarietà e le pressioni (fiscali, produttive, burocratiche) che sono esercitate sull’altra.
     Il costo dello Stato nel suo complesso è il Problema dell’Italia; unitamente alla bassa produttività dei suoi apparati. La politica, le istituzioni e amministrazioni, gli enti vari, nell’insieme, generano una spesa pubblica che assorbe più della metà della ricchezza prodotta dal Paese e continua a essere superiore alle entrate fiscali, già insostenibili, e quindi alimenta l’esorbitante debito pubblico. Chi può pensare di trovare altre risorse aumentando ancora le tasse o il debito pubblico? Dopo di quello che abbiamo rischiato nei mesi scorsi! L’unica strada percorribile è affrontare il “Problema italiano” su entrambi i fronti: il costo e la produttività della pubblica amministrazione. Le risorse (sprecate) sono lì e nell’evasione fiscale. Non ci s’illuda, però, di risolvere tutto solo con la seconda. Magari per continuare con le spese ingiustificate della politica e con una bassa produttività della pubblica amministrazione.
     Sono tempi, non brevi, in cui i giovani non trovano lavoro, o solamente precario e con paghe da fame, i meno giovani lo perdono, agli anziani sfugge la pensione di anno in anno, le aziende chiudono o si trasferiscono, molti imprenditori e lavoratori non ce la fanno più e la fanno finita. In questi tempi, io mi domando, com’è possibile che una parte, inserita a vario titolo nella sfera pubblica, possa continuare a vivere come niente fosse successo; come se i pretesi diritti che rivendicano, non dovessero essere correlati a quelli degli altri e proporzionati alla situazione generale del Paese?

venerdì 5 aprile 2013

ACCORPARE LE PROVINCE? NON SIATE PROVINCIALI!


Accorpare le Province, per lasciarne in vita poche e grandi, accentuerà la ridondanza e un pernicioso dualismo con le Regioni.


Il problema non è: “Province, sì o no?”. E’ tempo di porsi la domanda: “Quale articolazione amministrativa, come strutturata e con quali compiti, per ciascun livello definito, è in grado di assicurare al meglio, in economia e in modo duraturo, tutti i servizi e le prerogative che sono demandati alle autonomie locali?”.
     La probabilità che tra le soluzioni, al problema posto (e incombente), figuri qualcosa di simile alle attuali Province è inesistente. Basta guardare ai Sistemi amministrativi in essere in molti paesi europei, soprattutto tra i più solidi del centro-nord Europa, per rendersene conto. Accorpare le Province, per lasciarne in vita poche e grandi, accentuerà la ridondanza e un pernicioso dualismo con le Regioni.
     Per l’erogazione di servizi importanti (socio-sanitario, ciclo dell’acqua, ecc) il territorio deve essere suddiviso in ambiti e distretti di dimensione più piccola rispetto alle attuali Province. Pena una differenziazione inaccettabile nella possibilità di fruizione da parte dei cittadini. E’ necessario abolire tutte le Province e prevedere delle “Aggregazioni ottimali”, mediante federazione di Comuni, per l’erogazione dei servizi e lo sviluppo territoriale.

UNA LEGGE ELETTORALE PER ... GLI ELETTORI


     Non per gli interessi dei partiti, dei potentati e dei potenti
Finché saranno i partiti a progettare una legge elettorale non ne avremo mai una a beneficio degli elettori e dei cittadini tutti. Nell’ambito di un’associazione, rigorosamente apartitica, mi è capitato di far parte di un gruppo che si prefiggeva di elaborare dei contributi per una legge elettorale regionale.
     Il gruppo, coordinato da un docente universitario, era formato da persone “non in lizza e non in lista”. Si poteva (e si doveva) elaborare suggerimenti e proposte per una legge nell’esclusivo interesse dei cittadini e della comunità regionale.
     Ebbene, è straordinario rilevare quanto diversi siano l’approccio e gli esiti, ovvero la formulazione delle regole di voto, quando sinceramente (anche se, magari, ingenuamente) si vuole concretizzare la sovranità popolare e portare nelle istituzioni delle persone adeguate (se non le migliori).
     Di certo non avremo una legge accettabile finché i partiti saranno arbitro e giocatori. E’ giusto, quindi, pensare alla costituente (formata da esperti “non in lizza e non in lista”) per le riforme istituzionali a partire da una nuova legge elettorale.

giovedì 4 aprile 2013

PROVINCE, ABOLIRLE NON SOLO PER I RISPARMI


Non sono state in grado di assicurare lo sviluppo del territorio che amministrano. In molti casi ne hanno decretato il declino e lo spopolamento
     Molti evidenziano che le economie ottenibili dalla soppressione delle province saranno meno di quelle ipotizzate perché altri enti dovranno accollarsene le incombenze. Non di meno si stima un risparmio di due miliardi di euro. Cifra tutt’altro che da disdegnare, anche se ottenibile senza stravolgere l’organizzazione degli enti locali.
     In verità il ruolo delle province non è messo in discussione esclusivamente per il dato di spesa a essa attribuibile, ma per l’inidoneità a svolgere un ruolo amministrativo di sviluppo del territorio. Non avendo soppresso le province quando furono istituite le regioni, ci troviamo ora con 5 livelli istituzionali che salgono a 6 con le comunità montane. Troppi.
     Essendo evidente che le città maggiori (capoluoghi) hanno in sé le risorse sufficienti per gestirsi, la provincia avrebbe dovuto essere l’istituzione di supporto al territorio. Al contrario la provincia, incentrata sul capoluogo, ha favorito quasi esclusivamente lo sviluppo di quest’ultimo. Chi ne dubitasse guardi gli andamenti demografici, sociali ed economici dei capoluoghi e dei rispettivi territori, degli ultimi decenni.

POCHI RISPARMI, MA PIU' SVILUPPO PER TUTTI


Si atterrano con l’abolizione delle province e un sistema amministrativo basato sull'aggregazione paritaria dei comuni. Come negli stati federali europei. 

Se si osservano gli andamenti demografici di città e borghi d’Italia, si nota il maggior incremento dei capoluoghi, di regione e di provincia, un minore incremento della città non capoluogo, una stagnazione e spesso un decremento di cittadine e borghi. La gente si è progressivamente spostata nei capoluoghi dove, in ragione dell’articolazione amministrativa, sono state concentrate le risorse. Siamo passati dal policentrismo che ha fatto grande e bella l’Italia al “pluricentralismo” (statale, regionale, provinciale).
     La stessa cosa non è avvenuta in molti degli Stati che ci attorniano, per esempio in Svizzera, Germania e Austria. Non è certo un caso che in queste nazioni non esista un ente intermedio simile alle nostre province incentrate sulla città capoluogo, a partire dalla denominazione. Città e territorio hanno problematiche ed esigenze affatto simili che vanno trattate in modo e con mentalità diverse.
     Per questo, nelle nazioni citate, l’istituzione intermedia, tra comune e regione (land, cantone) è costituita da un’associazione di comuni compatta e omogenea e vi è la separazione amministrativa tra città e territorio: meno capoluoghi e più equità per tutti i cittadini.

mercoledì 3 aprile 2013

POLITICA MALATA, LE COLPE DEI CITTADINI E DEI MEDIA


E’vero che i cittadini sono corresponsabili, ma c’è chi avrebbe potuto fare di più per la crescita della società, delle istituzioni, della democrazia

Il Vescovo di Pordenone ci ricorda che noi tutti, cittadini-elettori, siamo corresponsabili del degrado politico-istituzionale, che la politica è lo specchio della società, che ci meritiamo i governati e gli amministratori che ci siamo scelti. Tutti peccatori, dunque, e nessuno condannabile più degli altri, alla fine. Anche perché molti avrebbero taciuto perché cointeressati all’andazzo generale.
     In parte è vero, ma solo in parte; non credo proprio che tra la gente comune, i lavoratori, i pensionati, i giovani disoccupati-precari-sottopagati, il degrado sia ai livelli che emerge dai palazzi della politica. E non tutti hanno taciuto, basterebbe scorrere le lettere pubblicate sui giornali per vedere che gli e-lettori vanno segnalando da anni lo scempio che si è fatto della cosa pubblica. Solo che il grido di dolore, pur alto e circostanziato, non è stato raccolto. Per nulla dai politici e poco anche dai … media.
     La predica mediatica del Vescovo di Pordenone e l’attenzione che la stampa gli ha riservato, fanno tornare alla mente un problema non nuovo. Soprattutto il rincarare la dose, l’enfatizzazione delle supposte carenze e connivenze dei cittadini, messe in risalto dai giornali, fanno pensare al loro stesso ruolo. A quello che hanno fatto, a quello che avrebbero potuto e dovuto fare e non hanno fatto. Che è molto, ma molto, ma molto di più di quello che possono fare i cittadini. 
     Anche se è passato il tempo in cui “non si poteva governare senza l’assenso di via Solferino” il sistema dei media (tradizionali e innovativi) è fondamentale per lo sviluppo della società, delle istituzioni, della democrazia. I media, possono e devono censurare le manchevolezze dei politici e ricordare la corresponsabilità della popolazione che li esprime, ma non possono chiamarsi fuori! Se qualcosa non ha funzionato, se ci sono state delle derive, chi più di loro avrebbe potuto e dovuto segnalarle per tempo, con determinazione e perseveranza e con ciò concorrere ad arginarle?
     I media hanno a disposizione tre strumenti fondamentali per perseguire lo scopo: primo “l’informazione”, secondo “l’informazione”, terzo “l’informazione”. A tal fine sui laptop e i tablet dei giornalisti dovrebbe comparire un banner che ricordi loro perché scrivono, semplicemente e solo: “docere, movere, delectare”, anche nell’era dell’informatica.      Infatti, alcuni dei motivi per cui fatichiamo a uscire dal pantano sono strettamente connessi all’informazione. Faccio qualche esempio, ma ve ne sarebbero molti altri.
     Le opinioni sono sacre e vanno riportate come espresse dai vari soggetti. Tuttavia, molti politici e uomini pubblici supportano le loro, i progetti, le pretese e quant’altro, con dati, fatti ed elementi non veri, a volte smaccatamente falsi e fuorvianti. Tutto ciò è spesso riportato dai media senza segnalare le inesattezze, le carenze, le omissioni che inficiano il ragionamento, inducendo spesso in errore il lettore stesso. Il vizio potrebbe essere estirpato in buona parte se, salve le libere opinioni, i fatti travisati fossero sistematicamente segnalati.
     Le dichiarazioni, le interviste, i programmi elettorali ed anche i commenti giornalistici sono pieni di “generiche buone intenzioni”. Un esempio classico: “Bisogna dare spazio al merito; puntare sulla meritocrazia”. Non uno che vada oltre, nello specifico e dica o scriva, per esempio: “I concorsi pubblici devono uniformarsi a regole precise ed essere verificati prima del bando, eliminando tutte le clausole che prefigurano il vincitore, non in base ai requisiti necessari per svolgere la mansione”. O anche: “La commissione giudicatrice deve, obbligatoriamente, comprendere anche un portatore d’interesse alla selezione del candidato più idoneo”. Che, per capirsi, sarà un rappresentante dei pazienti per selezionare un medico e uno dei discenti per selezionare un docente.
     Quando si trattano i ricorrenti temi fondamentali per lo sviluppo delle istituzioni, per esempio la legge elettorale o la riforma delle autonomie locali, sarebbe molto più utile presentare ai lettori lo stato dell’arte in giro per il mondo che non le dichiarazioni pleonastiche della gran parte dei nostri politici. Se gli e-lettori fossero stati correttamente e costantemente informati sui vari sistemi elettorali in essere negli stati, io credo che, persino molti degli iscritti ai partiti che hanno partorito e tenuto in vita il “porcellum” avrebbero richiesto e preteso qualcosa di meglio. Non parliamo poi del “Sistema Regione-autonomie locali” che, a leggere i giornali, pare non ne esistano in giro per il mondo e tutti si affannano a inventarne di improbabili. Perché, chiedo, non rendere edotti i cittadini di come sono strutturati i sistemi amministrativi intorno a noi?