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mercoledì 27 maggio 2020

LA RESPONSABILITA' CI SALVERA'


La responsabilità deve essere l’atteggiamento e la condizione a base dell’azione pubblica e privata.  Solo il comportamento responsabile dei singoli, dei gruppi e delle organizzazioni - sociali, politiche, istituzionali - può invertire la tendenza e creare le condizioni per una ripartenza della regione e del paese. Soprattutto ora, dopo lo shock provocato dal virus.
Qualche tempo fa sono passato da Feletto Umberto, il paese, vicino a Udine un poco fuori mano. Con il navigatore ho calcolato che dista 41 chilometri da Castelnovo del Friuli, il paese dove ho frequentato le scuole elementari e, secondo lo strumento, ci vogliono un’ora di autovettura per coprire la distanza.
Una mia maestra percorreva questa distanza con la Lambretta, negli anni Cinquanta, e allora non tutte le strade erano asfaltate. Tutti i giorni, andata e ritorno. Era puntuale, si cominciava alle otto e trenta e si finiva all’una meno un quarto, per recuperare i quindici minuti di ricreazione. In due anni d’insegnamento, mancò un solo giorno, lo ricordo bene perché ci fu una grande nevicata e, appunto, l’avvenimento della maestra che non poté arrivare. Pioveva e nevicava, allora anche più di adesso, ma lei puntuale alle otto e quindici parcheggiava la Lambretta e all’orario stabilito teneva lezione. Non si sgarrava di un minuto, né all’inizio né in chiusura né per la ricreazione.
Era una scuola in collina di due sole pluriclassi, l’edificio era isolato rispetto alle case sparse del “paese che non c’è” (Castelnovo ha solo frazioni). La direzione didattica era situata a Pinzano al Tagliamento a una decina di chilometri. Ricordo bene che il direttore veniva a visitare la scuola una sola volta l’anno. Le due maestre (si) gestivano da sole la didattica e ogni aspetto connesso. Il Comune si occupava esclusivamente dell’eventuale manutenzione dell’edificio e per la pulizia provvedeva una signora che abitava nelle vicinanze. Non si parlava ancora di bidelli o di ausiliari strutturati. Insomma, per farla breve, il tutto era sotto la responsabilità delle maestre, ognuna per le sue classi.
Quelle maestre furono veramente, totalmente ed efficacemente responsabili. Lo possono assicurare i discenti di allora. Lo furono pur non avendo controlli ravvicinati, gerarchici, funzionali, terzi o interessati. Nel nostro caso il controllo era quasi nullo, loro lo sapevano, eppure facevano tutti i giorni, per l’intero anno scolastico il loro dovere. Erano “intrinsecamente” responsabili.
 Si dice spesso che bisogna recuperare l’etica, il senso del dovere, per riannodare i fili di una società in degrado; per ridare fiducia ai cittadini soprattutto nei confronti delle istituzioni, delle amministrazioni, degli enti che costituiscono, nell’insieme, lo Stato. Ebbene, prima e più di tutto, per un vero recupero va reintrodotta la responsabilità, a tutti i livelli. Bisogna che tutti siano responsabili, nel loro lavoro, nelle loro funzioni. Bisogna che ognuno, in ogni luogo, pubblico o privato, prenda consapevolezza delle conseguenze dei propri comportamenti e modi di agire che ne derivano. In ogni contesto deve essere assicurata la condizione di dovere rendere conto di atti, avvenimenti e situazioni in cui si ha una parte, un ruolo. Solo così l’Italia può ripartire e rimanere agganciata al treno dell’Europa.
E prima ancora deve farlo la regione Friuli-Venezia Giulia, ove ci fu una grande assunzione di responsabilità, pubblica e privata, nella tragica occasione del terremoto e della ricostruzione negli anni ’70 e ’80 del secolo scorso. Al tempo del Corona virus è di nuovo il momento di una generale e incondizionata assunzione di responsabilità per il rilancio del Friuli in tempi ragionevoli.
Infine, per ricordare costantemente a tutti – soprattutto ai vertici della burocrazia– il proprio ruolo, bisognerebbe eliminare la parola “dirigente” e sostituirla con “responsabile”.


giovedì 9 aprile 2020

RILANCIO ECONOMICO - E NON SOLO - COME CON IL PIANO INACASA DI FANFANI

Una delle piastrelle artistiche poste sulle case INA

Ben vengano le idee nuove, ma non bisogna trascurare i buoni esempi che, opportunamente rivisitati, potranno essere validi strumenti per il rilancio dell’economia bloccata dalla pandemia. Per il metodo molti ricordano l’efficacia del “modello Friuli”. Nel merito si auspica un “piano Marshall europeo” ma, viste le resistenze di alcuni stati membri, l’Italia farà bene a non scordare che nel dopoguerra seppe elaborare e portare a buon fine uno specifico grande piano di rilancio.
Qualche giorno fa – di necessità virtù – pedalando sulla cyclette ho acceso il televisore che è piazzato davanti. Ho “pescato”, su Rai Storia, la trasmissione “Passato e presente” di Paolo Mieli. Argomento della puntata: “Il piano Fanfani – una casa per gli italiani”. Mi ricordai di averne sentito parlare negli anni sessanta: “… abita nelle case Fanfani; costruiscono case Fanfani…”. Mieli porta avanti l’argomento con la presenza in studio di un professore di storia, tre giovani storici (studenti della materia, penso) e il ricorso a filmati, interviste, documenti. Per l’occasione vengono ricordate le circostanze, i protagonisti e i dati salienti dei “Provvedimenti per incrementare l’occupazione operaia, agevolando la costruzione di case per i lavoratori”, titolo delle Legge 28 febbraio 1949, n. 43.

In effetti gli elementi ricordati sono degni di nota, riassumo schematicamente quelli che più colpiscono, tra i quali alcuni che, reinterpretati, potrebbero giovare non poco per superare lo shock economico provocato dal fermo quasi totale delle attività economiche. Siamo nel ’48-49, presiede il Consiglio dei ministri Alcide De Gasperi, un giovane Amintore Fanfani è ministro del lavoro e della previdenza sociale. Ispirandosi – dicono – alle teorie economiche di Jhon Maynard Keynes, oltre che alla “dottrina sociale della chiesa cattolica”, Fanfani elabora e propone la legge sopracitata. Il Parlamento approva nonostante qualche riserva delle sinistre, ma non – per esempio – del sindacalista Giuseppe Di Vittorio.
Le finalità della legge emergono chiaramente dal titolo stesso. Molto interessante è lo schema di finanziamento che prevede l’intervento dello Stato, attraverso l’Istituto Nazionale delle Assicurazioni INA (da cui la denominazione ufficiale “INA-casa”); le imprese (in particolari le edili coinvolte direttamente) e i lavoratori stessi mediante una piccola trattenuta in busta paga (anche di questa molti si ricorderanno). Questo schema “a tre punte”, con il coinvolgimento di una pluralità di soggetti, pubblici e privati, compresa la massa dei lavoratori dipendenti, assicurò i finanziamenti necessari permettendo di investire, nei primi sette anni di attuazione della legge, 334 miliardi di lire di allora. Rinnovato per altri sette anni (il piano si chiuse nel 1963) l’investimento complessivo, del Piano, pareggiò all’incirca la quota elargita all’Italia dallo “European Recovery Program” meglio noto come piano Marshall: 1.129 miliardi di dollari.
Altro punto di forza del piano fu, come diremmo ora, la governance. L’attuazione del piano fu affidata all’INA, allora un solido ed efficace istituto assicurativo dello Stato (malamente privatizzato in seguito). Alla direzione, programmazione e controllo Fanfani chiamò l’ingegner Filiberto Guala che, come lui, gravitava nel gruppo di Dossetti e La Pira. Convincendolo a posticipare la sua vocazione: alla fine del mandato si fece frate trappista. Un ente di gestione snello, una direzione commissariale integerrima e competente – il futuro frate proveniva dal Politecnico di Torino – permisero di condurre in porto il grande piano senza le lungaggini e “gli incidenti” che hanno funestato le grandi opere recenti.
Qualche altro dato: a regime il piano edificava 2.800 unità abitative a settimana e consegnava 550 alloggi, in tutta Italia, ad altrettante famiglie di lavoratori, contribuendo non poco all’emancipazione sociale e alla ricostruzione post bellica. Complessivamente furono edificati, nei 14 anni di operatività, 2 milioni di vani, ovvero 355.000 alloggi. Furno impiegati mediamente 41.000 operai ad anno che prestarono il 10% delle giornate lavorative dell’epoca.  Senza dimenticare la valenza urbanistica dei progetti che furono curati da molti dei migliori architetti di allora, alcuni diventati poi delle “archistar”. Furono coinvolti molti altri professionisti, ingegneri, geometri, periti. Per le costruzioni, in città grandi e piccole di tutta l’Italia, furono privilegiate le piccole e medie imprese locali. In sintesi si può affermare, senza ombra di dubbio, che il piano INA-casa fu un grande progetto che conseguì tutti gli obiettivi previsti e anche di più. Non solo occupazionali ed abitativi (e quindi sociali) ma anche urbanistici ed economici in senso lato con l’avvio e la crescita di attività imprenditoriali, artigianali e delle professioni.
Ancor prima della brusca frenata, era in corso, animato da più soggetti, un dibattito sulla necessità di un grande piano di rilancio dell’economia. .   A maggior ragione, dopo quanto sta succedendo, ci sarà bisogno di piani articolati e coraggiosi per rimettere in careggiata l’economia regionale e nazionale. L’esempio qui ricordato aveva tra gli elementi che ne hanno decretato il successo alcuni che, rivisitati e adeguati ai tempi, potranno essere ancora utili. Primo fra tutti l’innovativo piano di finanziamento che fu in grado di attivare le ingenti risorse necessarie mettendo insieme quelle di un grande istituto pubblico, con quelle delle imprese coinvolte e dei lavoratori. Una nuova applicazione dello “schema Fanfani” potrebbe riguardare tanto il settore edilizio stesso (adeguamenti energetici, tecnologici, antisismici; recupero centri storici e riqualificazione periferie), quanto altri settori produttivi consolidati o emergenti.
A maggior ragione, dopo quanto sta succedendo, ci sarà bisogno di piani articolati e coraggiosi per rimettere in carreggiata l’economia regionale e nazionale. L’esempio qui ricordato aveva tra gli elementi che ne hanno decretato il successo alcuni che, rivisitati e adeguati ai tempi, potranno essere ancora utili. Primo fra tutti l’innovativo piano di finanziamento che fu in grado di attivare le ingenti risorse necessarie mettendo insieme quelle di un grande istituto pubblico, con quelle delle imprese coinvolte e dei lavoratori. Una nuova applicazione dello “schema Fanfani” potrebbe riguardare tanto il settore edilizio stesso (adeguamenti energetici, tecnologici, antisismici; recupero centri storici e riqualificazione periferie), quanto altri settori produttivi consolidati o emergenti.

martedì 31 marzo 2020

LA CINA CI E' VICINA


I cinesi amano molto l’Italia. Tutto ciò che viene dal “Bel paese”, a partire dagli italiani, li affascina, li attrae, suscita in ogni cinese interesse, rispetto, voglia di conoscere, amicizia. Questo ricordo dei miei soggiorni, per lavoro, nel grande paese asiatico.
Già qualche mese addietro, quando si dibatteva del grande progetto cinese denominato “Via della seta”, ho sentito e letto posizioni contrastanti rispetto alle reali intenzioni del governo cinese. Molti sostenevano l’opportunità di aderire al trattato – come poi si è fatto - intravedendovi grandi possibilità di commerci e scambi non solo commerciali. Altri, invece, contrastarono il progetto paventando pericoli derivanti dalle mire espansionistiche ed egemoni del grande stato asiatico. Oltre alla fronda interna, bisogna ricordare i tentativi di dissuasione – molto interessati – che operarono, nei confronti dell’Italia, alcune “potenze economiche amiche” di entrambe le sponde atlantiche. Salvo poi sottoscrivere, loro stessi, grandiosi accordi di interscambio con la Cina stessa ben più rilevanti rispetto a quelli italiani.

Ora, mentre in Italia e nel mondo imperversa la pandemia da Covid-19, la Cina (dove il contagio è partito e pare sia stato vinto) ci manda degli aiuti preziosi – mascherine, respiratori, medici – ed immediatamente riparte la polemica. Si attivano le fazioni contrapposte di chi plaude alla generosa disponibilità cinese e di chi ritiene si tratti di interventi interessati, mossi da inconfessabili secondi fini. Con qualche politico – di successo – che alza i toni sin quasi ad offendere il popolo cinese e sicuramente il suo governo. Dimentico che, in una situazione tragica, come quella che sta vivendo l’Italia in questo momento, giovano più le “nazioni interessate” che tendono la mano, di quelle “consorelle” che si disinteressano a tal punto da negare non solo l’aiuto ma persino la vendita di forniture essenziali per affrontare l’emergenza. Dimenticando anche che è lecito avere una politica estera, condotta senza armi da guerra, e buona cosa avere uno statista che la porta avanti. Tutte cose di cui avrebbero estremo bisogno tanto l’Italia, quanto l’Europa.
Ho soggiornato in Cina per lavoro (trasferimenti di know-how, realizzazione di impianti) più volte e in regioni diverse. In grandi città, come Changchun (8 milioni di abitanti) e in piccoli centri (700 mila residenti). È stata l’occasione per incontrare dirigenti politici (funzionari, commissari che sovraintendevano la realizzazione degli investimenti) dirigenti industriali, tecnici, impiegati, operai. Ciò a cavallo dello scorso secolo e di quello attuale. In tutte queste occasioni ho costantemente riscontrato sentimenti di amicizia, simpatia e apprezzamento nei nostri confronti e in tutto ciò che viene dall’Italia. Potrei al riguardo raccontare decine di aneddoti. I giovani cinesi non fanno in tempo a riconoscerti che, sorridenti, ti si rivolgono entusiasti e con la loro tipica pronuncia: “Taliano? lacimilan, lacimilan…”. Ci impieghi un poco, ma poi comprendi che si riferiscono alla squadra di calcio “A.C. Milan” che tutti all’epoca conoscevano. La televisione era l’elettrodomestico più diffuso allora, meno frigoriferi e lavatrici, ma credo – visti gli investimenti fatti anche da noi a Pordenone – abbiano recuperato negli ultimi anni.
I più anziani, invece, in occasione di qualche cena aziendale o inaugurazione di stabilimenti, ci invitavano a cantare con loro: “balacioo”. E solo quando attaccavano ti accorgevi che si trattava del canto partigiano “Bella ciao”. Anche la musica classica, operistica e popolare italiana è conosciuta ed apprezzata. Una sera eravamo a cena in un albergo. Da una sala attigua giungevano le note di musiche e canti locali. Poi all’improvviso sentimmo distintamente qualcosa di familiare, i versi di una romanza napoletana. Ci alzammo di scatto, tutti noi italiani, e ci precipitammo ad ascoltare. Cantava, meravigliosamente, una giovane cinese. E dopo quella prima ne fece altre: “O paese d’ ‘o sole”, “Torna a Surriento”, per finire con “O sole mio”. Ci unimmo al coro. Fu una serata memorabile.
Mitica fu anche una cena di addio che organizzammo con i cinesi nel laboratorio tecnologico che, essendo attrezzato di forni, piastre e becchi “Bunsen” per i test, si prestava allo scopo. Noi avevamo preparato una colossale spaghettata con le materie prime che i magazzinieri, in Italia, avevano cura di infilare nei pertugi delle parti che venivano spedite e poi recuperate dai montatori. Loro delle anatre laccate stupende. Vino, allora, poco e non gran che, si brindava “gambei! – ganbei!” con dell’ottima “pijiu” (birra). Alla fine per accompagnare il dolce (frittelle farcite con pasta di fagioli) comparvero delle bottiglie di “baijiu” la grappa locale. Uno dei cinesi lanciò la sfida: uncinò con il suo il braccio quello di Francone, il capo dei nostri montatori. “A puest tu sos fantat!”, disse solamente Francone – già artigliere di montagna – e dopo il primo ne spedì – letteralmente – altri tre sotto il tavolo al grido di “ganbej!” (salute-prosit).
Sul lavoro i cinesi, quasi tutti giovani, erano attenti e scrupolosi, con un’ottima preparazione di base, intelligentissimi. Tutto faceva intendere, già allora, che avevano intrapreso un processo di crescita in tutti i settori. Che puntualmente li ha portati all’eccellenza in molti comparti strategici. Seppure con qualche contraddizione. Io stesso, nelle zone rurali, vidi realizzare delle costruzioni (case, stalle, ricoveri?) con le canne palustri e l’argilla. Un collega più giovane, che ci è tornato solo due anni fa, mi dice che si fanno ancora, magari a poche centinaia di metri dai moderni grattacieli che crescono come i funghi.
La Cina è immensa, 1,5 miliardi di persone con consumi in crescita, una produzione esuberante e competitiva, in grado di invadere i mercati mondiali. Ma ha bisogno anche di tante cose. E cinesi amano l’Italia e i prodotti italiani. Sta a noi, ai governanti e agli imprenditori prima di tutti, trarre profitto da questa duplice valenza della realtà cinese.

venerdì 20 marzo 2020

OPEN LETTER TO GOOGLE because there is more to do to be OK


      Spett. GOOGLE sono costretto a scrivere questa lettera aperta perché non trovo altro modo per farvi comprendere una cosa giusta.                 
E semplicissima, che tutti possono comprendere, anche Voi, basterebbe che prestaste un poco di attenzione e, prima ancora, che mi deste la possibilità di spiegarmi. Anche se, a mio parere, già avete tutti gli elementi per capire e agire di conseguenza. 

Ma andiamo con ordine, schematicamente per non dilungarsi troppo:

-   -Io sono un privato cittadino, non un’azienda, un’associazione, un ente…;

-   -Anni fa, utilizzando il SW gratuito di “Blogger.com” ho creato un mio sito denominato “voce civica”;

-   -Qualche anno dopo, mediante una delle possibilità messe a disposizione da GOOGLE ho registrato un dominio in esclusiva a pagamento, questo su cui scrivo questa lettera: “vocecivica.com”;

-   -Il dominio pare sia fornito da “enom.com”, ma il canone di registrazione è gestito da GOOGLE, tramite una sua divisione (ora Google cloud team);

-   -Il pagamento del canone annuale di 10,00 USD è stato fatto sull’apposita piattaforma di Google messa a disposizione dell’amministratore del sito, nel caso io stesso;

-  -Il canone scade il 29 marzo o il 5 aprile di ogni anno (a seconda dei vari documenti; ma la piccola differenza non conta);

-   -L’anno scorso, 2019, io ho regolarmente pagato con una carta di credito ricaricabile Visa, per un anno, quindi sino al 29 marzo, o il 5 aprile, 2020;

-   -Già a gennaio 2020 sono arrivate delle mail di Google con l’invito a pagare il rinnovo della registrazione del dominio “vocecivica.com”;

-   -Essendo scaduta la Visa con cui avevo pagato negli anni precedenti, ho immesso – nell’apposito format di Google” una nuova carta di credito Visa ricaricabile e, con quella, in data 3 febbraio 2020 ho rinnovato per un anno, ovvero sino ad marzo/aprile 2021 il dominio del sito “vocecivica.com”;

-   -Il pagamento di 10,00 USD è andato a buon fine e risulta addebitato sulla mia carta di credito e accreditato a Google come risulta dal mio profilo “amministratore” alla pagina “ID profilo pagamenti 8525-5895-1017”;

-   -Per quanto sopra, provato anche dai documenti on line di Google” (e dalla mia Visa), io ho regolarmente pagato il rinnovo del dominio “vocecivica.com” sino al 28 marzo 2021 secondo Google, sino al 5 aprile 2021 secondo Enom.com (ripeto che la differenza non fa … differenza);

-   -Ma, nonostante il rinnovo sino alle date soprariportate, mi sono giunte numerose mail da parte di Enom.com e Google che mi annunciano la sospensione del dominio a marzo/aprile 2020. E di fatto sulle mie pagine “amministratore” la mia posizione risulta SOSPESA;

-   -Ho provato in tutti i modi a segnalare che il rinnovo, sino a marzo/aprile 20121 è stato pagato da me e accreditato a Google: nulla da fare Google insiste che i pagamenti non si potrebbero fare con carte di credito ricaricabili e che bisognerebbe impostare il rinnovo automatico;

-   -Cosa di cui al limite si può discutere a marzo/aprile 2021, non ora a marzo 2020 e dopo aver incassato l’importo previsto di 10,00 Usd, pari a 9,06 euro come risulta dalla contabile della mia Visa.

Se Google non corregge la sua posizione, annullando la sospensione e reintegrando pienamente il dominio “vocecivica.com” si troverà nella posizione di chi incassa un importo ma non fornisce il servizio pattuito.

Non so come sia definito e trattato questo fatto negli USA, ma in Europa ciò costituisce reato, oltre che una pessima prassi commerciale. Confido pertanto che Google provveda di conseguenza immediatamente, senza se e senza ma. “Errare humanum est, perseverare diabolicum et tertium non datur…”

Pagamneto a Google di 9,06 Euro pari a 10 USD in data 3 febbraio 2020


mercoledì 19 febbraio 2020

LA COOPERATIVA DI COMUNITA’ “Aiutati che io ti aiuto”

La cooperativa di comunità: uno strumento di sostegno
per i borghi di montagna che si stanno spopolando

Succiso è un piccolo borgo sull’Appennino Tosco-Emiliano in provincia di Reggio Emilia. Si trova ad un’ altitudine di 980 metri sul livello del mare e conta 65 abitanti. E’ una frazione del comune di Ventasso, costituito nel 2016 a seguito della fusione di due comuni con poco meno di mille residenti e altri due che di abitanti ne contavano poco di più e che già collaboravano nella Unione dei comuni dell’alto Appennino reggiano (e anche questo dovrebbe dire qualcosa a quanti faticano a individuare un nuovo modello di governo del territorio).

Nel 1991, a Succiso, chiusero in rapida successione l’ultimo bar e il solo negozio di alimentari che vi era. Venuti a mancare i soli servizi e punti di aggregazione rimasti, per il piccolo borgo si profilava il tracollo definitivo, con l’abbandono degli ultimi resistenti… pardon residenti. Fu allora che i “ragazzi” della Pro loco si rimboccarono le maniche e costituirono la “Cooperativa Valle dei cavalieri”, dal nome dell’area geografica in cui si trova Succiso. Non una cooperativa di consumo, non di produzione, non di credito, non di servizi, non solo sociale, ma di “tutto un poco”; di quello che serviva alla sopravvivenza e al rilancio della piccola comunità.

Un po’ alla volta hanno riaperto il negozio, il bar, un ristorante, un forno, un agriturismo; avviato allevamenti, produzioni di formaggi, latticini e salumi; promosso e sostenuto attività sociali, di lavoro, manutenzione territorio, cultura, attività didattiche, sportive e del tempo libero; avviato servizi di trasporto locale, ritiro e recapito (merci, posta, farmaci). Essendo in pochi hanno dovuto e saputo sfruttare al massimo la flessibilità e l’eccletticità di ciascuno, talché ognuno dei soci e lavoratori ricopre almeno tre o quattro ruoli e ha dovuto imparare altrettanti mestieri. Succede così che, per esempio, chi prima dell’alba sforna il pane, al mattino guida il pulmino per il trasporto degli studenti e degli anziani ove sono scuole e servizi sanitari, al ritorno porta in paese merci, la posta e i farmaci, provvedendo alla distribuzione, poi magari alla sera è di turno al bar o al ristorante. Così per tutti gli altri. La cooperativa festeggerà tra poco i 30 anni di attività; ora ha 55 soci, praticamente l’intero paese, 7 dipendenti fissi e tanti collaboratori a tempo parziale. Ed è un modello studiato in tutto il modo! Non a caso sono venuti a Succiso da Canada, Stati Uniti, Giappone, Corea e altri paesi. Meno dall’Italia (come sempre purtroppo) e una normativa nazionale ancora non c’è, vi hanno provveduto, bensì, alcune regioni a partire dall’ Emilia Romagna. 

Senza nemmeno averne la consapevolezza, i “ragazzi della Pro” che non si rassegnarono ad abbandonare il loro borgo e vederlo morire, hanno inventato la Cooperativa di Comunità, una nuova forma di impresa; un modello di innovazione economica e sociale dove i cittadini sono produttori e fruitori di beni e servizi,  che crea sinergia e coesione in una comunità, mettendo a sistema le attività di singoli cittadini, imprese, associazioni e istituzioni, rispondendo così ad esigenze plurime di mutualità, con l ‘obiettivo di produrre vantaggi a favore della comunità alla quale i soci promotori appartengono. E ciò viene perseguito attraverso la produzione di beni e servizi per incidere in modo stabile su aspetti fondamentali della qualità della vita sociale ed economica della comunità.

La prima Cooperativa di Comunità d’Italia non ha solamente salvato il borgo montano di Succiso, lo ha rilanciato e ne ha fatto un modello, studiato ed esportato in tutto il mondo. Cooperativa Valle Dei Cavalieri: un nome che ricorda quello di una favola. Effettivamente in questa storia ci sono tutti gli ingredienti di una favola a lieto fine. Che speriamo possa ripetersi in altre valli, soprattutto là dove ci sono dei borghi che si stanno spopolando: praticamente tutta l'area montana, tranne le perle turistiche. Per questi territori si dovrebbe predisporre, prima ancora dei sostegni economici, degli strumenti di formazione, di stimolo e assistenza perché i residenti costituiscano e sviluppino le Cooperative di Comunità.  Lanciando un messaggio chiaro: “Aiutatevi che io vi aiuto”.

domenica 2 febbraio 2020


UNA LEZIONE DI POLITICA ECONOMICA TERRITORIALE


Tra vigne, meleti, spa e resort

Ubaldo Muzzatti  -  30 gennaio 2020
Politica – Economia

Vigneti Tra Caldaro e Appiano (Bolzano)

Con l’ingegnere partivamo in auto al pomeriggio per essere su in serata e pienamente operativi il mattino dopo. Meta della trasferta l’Alto Adige, tra Caldaro e Appiano. Qui in mezzo alle vigne e ai meleti, tenuti che è una meraviglia, era insediata l’azienda per la quale stavamo lavorando in qualità di consulenti di organizzazione industriale. Si pernottava in un alberghetto che, ufficialmente, si fregiava di due sole stelle ma con struttura, confort e servizio di ottimo livello che in molte altre località non si trovano in hotel di prima categoria. Al mattino la colazione era un tripudio di delicatessen locali e fatte in casa. La scelta era smisurata, anche nei periodi di bassa stagione, quando io e l’ingegnere eravamo tra i pochi clienti. Naturalmente l’edificio e tutto l’arredamento erano tipicamente tirolesi. In mezzo a tanto legno, usato con sapienza, spiccava sul banco della reception il computer. Erano i tempi in cui questo device faceva le prime apparizioni nelle medie e grandi aziende industriali, mentre nelle piccole, nelle attività artigianali e commerciali, almeno da noi, era ancora un oggetto poco conosciuto.
Al mattino raggiungevamo lo stabilimento. Passando in mezzo ai vigneti vedevamo già i coltivatori all’opera. Durante la fase vegetativa della vite, in uno spiazzo lungo la strada, ove era posizionato l’apposito impianto, avveniva il riempimento delle cisterne irroratrici per i trattamenti. Sovraintendeva l’operazione un tecnico della direzione provinciale agricoltura. Tutti i coltivatori della zona affluivano con le botti trainate dal trattore, esibivano al tecnico provinciale un cartellino con i dati delle rispettive coltivazioni e, in base a questi, venivano riforniti della giusta quantità e tipologia di miscela pronta all’uso, non senza aver tarato l’impianto e gli ugelli di aspersione. Credo che molti si siano posti la domanda: “E’ possibile che tutti gli agricoltori sappiano scegliere, dosare e usare anticrittogamici, pesticidi, diserbanti, concimi e quant’altro? Non sarà che alcuni padroneggiano poco queste sostanze, con i rischi conseguenti per sé e soprattutto per i consumatori?”. Nella provincia autonoma di Bolzano hanno dato una risposta concreta, generalizzata e preventiva a questo dubbio.
Lo stabilimento era costituito da una costruzione in pannelli prefabbricati, come se ne vedono tanti nelle nostre zone industriali. Ben fatto e ben tenuto ma, in zona pedemontana, non lontano dal lago di Caldaro, in mezzo alle vigne, non lontano dai tipici insediamenti montani, non si può dire che fosse bello. Non di meno l’attività andava bene. Bisognava ampliare e a tal scopo era stata presentata domanda di concessione edilizia. Passavano i mesi e, a dispetto del noto efficientismo locale, il permesso a costruire non arrivava, nonostante ripetuti solleciti. Finché un giorno il titolare sbottando disse: “Venite con me, ho chiesto un incontro alla Direzione competente in Provincia”. Ci presentammo dunque negli uffici provinciali ed esponemmo il caso, prospettando l’esigenza di ampliare gli spazi produttivi; sottolineando i benefici occupazionali che ne sarebbero derivati. L’alto funzionario ci ascoltò con attenzione ma senza entusiasmo. Quando venne il suo turno, fermo e pacato, ci ricordò che la Provincia Autonoma di Bolzano aveva una precisa e consolidata politica economica di sviluppo basata su due filiere: quella agro alimentare e quella del turismo. Purtroppo il progetto presentato non rientrava in quelli individuati dalla politica di sviluppo del territorio. Da qui la mancata risposta e il probabile rigetto della domanda. “Per quel luogo – concluse sorridendo – presentate, invece, una domanda per la realizzazione di una spa, un resort, che ben si inseriscono nel contesto, e sarà evasa immediatamente”.

Centro benessere di Naturno in Val Venosta (BZ)
Son tornato di recente in Alto Adige, a Merano, in Val Venosta e in Val Passiria. Visti i centri termali, le spa in quasi tutti gli alberghi; visto lo straordinario meleto della Venosta; i masi e gli allevamenti della Passiria; le aziende lattiero casearie, si può star certi che la politica economica e di sviluppo di quel territorio si basa ancora sulle due filiere individuate e sostenute coerentemente dalla amministrazione provinciale.
Non è detto che altri territori, altre regioni possano / debbano individuare e sostenere quelle stesse filiere o solo quelle. Ma l’esempio citato prova che anche una regione, soprattutto se autonoma, può e deve individuare una politica economica / industriale e perseguirla con coerenza. Evitando di disperdere le poche risorse disponibili in mille rivoli e con continui cambi di rotta.