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mercoledì 19 febbraio 2020

LA COOPERATIVA DI COMUNITA’ “Aiutati che io ti aiuto”

La cooperativa di comunità: uno strumento di sostegno
per i borghi di montagna che si stanno spopolando

Succiso è un piccolo borgo sull’Appennino Tosco-Emiliano in provincia di Reggio Emilia. Si trova ad un’ altitudine di 980 metri sul livello del mare e conta 65 abitanti. E’ una frazione del comune di Ventasso, costituito nel 2016 a seguito della fusione di due comuni con poco meno di mille residenti e altri due che di abitanti ne contavano poco di più e che già collaboravano nella Unione dei comuni dell’alto Appennino reggiano (e anche questo dovrebbe dire qualcosa a quanti faticano a individuare un nuovo modello di governo del territorio).

Nel 1991, a Succiso, chiusero in rapida successione l’ultimo bar e il solo negozio di alimentari che vi era. Venuti a mancare i soli servizi e punti di aggregazione rimasti, per il piccolo borgo si profilava il tracollo definitivo, con l’abbandono degli ultimi resistenti… pardon residenti. Fu allora che i “ragazzi” della Pro loco si rimboccarono le maniche e costituirono la “Cooperativa Valle dei cavalieri”, dal nome dell’area geografica in cui si trova Succiso. Non una cooperativa di consumo, non di produzione, non di credito, non di servizi, non solo sociale, ma di “tutto un poco”; di quello che serviva alla sopravvivenza e al rilancio della piccola comunità.

Un po’ alla volta hanno riaperto il negozio, il bar, un ristorante, un forno, un agriturismo; avviato allevamenti, produzioni di formaggi, latticini e salumi; promosso e sostenuto attività sociali, di lavoro, manutenzione territorio, cultura, attività didattiche, sportive e del tempo libero; avviato servizi di trasporto locale, ritiro e recapito (merci, posta, farmaci). Essendo in pochi hanno dovuto e saputo sfruttare al massimo la flessibilità e l’eccletticità di ciascuno, talché ognuno dei soci e lavoratori ricopre almeno tre o quattro ruoli e ha dovuto imparare altrettanti mestieri. Succede così che, per esempio, chi prima dell’alba sforna il pane, al mattino guida il pulmino per il trasporto degli studenti e degli anziani ove sono scuole e servizi sanitari, al ritorno porta in paese merci, la posta e i farmaci, provvedendo alla distribuzione, poi magari alla sera è di turno al bar o al ristorante. Così per tutti gli altri. La cooperativa festeggerà tra poco i 30 anni di attività; ora ha 55 soci, praticamente l’intero paese, 7 dipendenti fissi e tanti collaboratori a tempo parziale. Ed è un modello studiato in tutto il modo! Non a caso sono venuti a Succiso da Canada, Stati Uniti, Giappone, Corea e altri paesi. Meno dall’Italia (come sempre purtroppo) e una normativa nazionale ancora non c’è, vi hanno provveduto, bensì, alcune regioni a partire dall’ Emilia Romagna. 

Senza nemmeno averne la consapevolezza, i “ragazzi della Pro” che non si rassegnarono ad abbandonare il loro borgo e vederlo morire, hanno inventato la Cooperativa di Comunità, una nuova forma di impresa; un modello di innovazione economica e sociale dove i cittadini sono produttori e fruitori di beni e servizi,  che crea sinergia e coesione in una comunità, mettendo a sistema le attività di singoli cittadini, imprese, associazioni e istituzioni, rispondendo così ad esigenze plurime di mutualità, con l ‘obiettivo di produrre vantaggi a favore della comunità alla quale i soci promotori appartengono. E ciò viene perseguito attraverso la produzione di beni e servizi per incidere in modo stabile su aspetti fondamentali della qualità della vita sociale ed economica della comunità.

La prima Cooperativa di Comunità d’Italia non ha solamente salvato il borgo montano di Succiso, lo ha rilanciato e ne ha fatto un modello, studiato ed esportato in tutto il mondo. Cooperativa Valle Dei Cavalieri: un nome che ricorda quello di una favola. Effettivamente in questa storia ci sono tutti gli ingredienti di una favola a lieto fine. Che speriamo possa ripetersi in altre valli, soprattutto là dove ci sono dei borghi che si stanno spopolando: praticamente tutta l'area montana, tranne le perle turistiche. Per questi territori si dovrebbe predisporre, prima ancora dei sostegni economici, degli strumenti di formazione, di stimolo e assistenza perché i residenti costituiscano e sviluppino le Cooperative di Comunità.  Lanciando un messaggio chiaro: “Aiutatevi che io vi aiuto”.

domenica 2 febbraio 2020


UNA LEZIONE DI POLITICA ECONOMICA TERRITORIALE


Tra vigne, meleti, spa e resort

Ubaldo Muzzatti  -  30 gennaio 2020
Politica – Economia

Vigneti Tra Caldaro e Appiano (Bolzano)

Con l’ingegnere partivamo in auto al pomeriggio per essere su in serata e pienamente operativi il mattino dopo. Meta della trasferta l’Alto Adige, tra Caldaro e Appiano. Qui in mezzo alle vigne e ai meleti, tenuti che è una meraviglia, era insediata l’azienda per la quale stavamo lavorando in qualità di consulenti di organizzazione industriale. Si pernottava in un alberghetto che, ufficialmente, si fregiava di due sole stelle ma con struttura, confort e servizio di ottimo livello che in molte altre località non si trovano in hotel di prima categoria. Al mattino la colazione era un tripudio di delicatessen locali e fatte in casa. La scelta era smisurata, anche nei periodi di bassa stagione, quando io e l’ingegnere eravamo tra i pochi clienti. Naturalmente l’edificio e tutto l’arredamento erano tipicamente tirolesi. In mezzo a tanto legno, usato con sapienza, spiccava sul banco della reception il computer. Erano i tempi in cui questo device faceva le prime apparizioni nelle medie e grandi aziende industriali, mentre nelle piccole, nelle attività artigianali e commerciali, almeno da noi, era ancora un oggetto poco conosciuto.
Al mattino raggiungevamo lo stabilimento. Passando in mezzo ai vigneti vedevamo già i coltivatori all’opera. Durante la fase vegetativa della vite, in uno spiazzo lungo la strada, ove era posizionato l’apposito impianto, avveniva il riempimento delle cisterne irroratrici per i trattamenti. Sovraintendeva l’operazione un tecnico della direzione provinciale agricoltura. Tutti i coltivatori della zona affluivano con le botti trainate dal trattore, esibivano al tecnico provinciale un cartellino con i dati delle rispettive coltivazioni e, in base a questi, venivano riforniti della giusta quantità e tipologia di miscela pronta all’uso, non senza aver tarato l’impianto e gli ugelli di aspersione. Credo che molti si siano posti la domanda: “E’ possibile che tutti gli agricoltori sappiano scegliere, dosare e usare anticrittogamici, pesticidi, diserbanti, concimi e quant’altro? Non sarà che alcuni padroneggiano poco queste sostanze, con i rischi conseguenti per sé e soprattutto per i consumatori?”. Nella provincia autonoma di Bolzano hanno dato una risposta concreta, generalizzata e preventiva a questo dubbio.
Lo stabilimento era costituito da una costruzione in pannelli prefabbricati, come se ne vedono tanti nelle nostre zone industriali. Ben fatto e ben tenuto ma, in zona pedemontana, non lontano dal lago di Caldaro, in mezzo alle vigne, non lontano dai tipici insediamenti montani, non si può dire che fosse bello. Non di meno l’attività andava bene. Bisognava ampliare e a tal scopo era stata presentata domanda di concessione edilizia. Passavano i mesi e, a dispetto del noto efficientismo locale, il permesso a costruire non arrivava, nonostante ripetuti solleciti. Finché un giorno il titolare sbottando disse: “Venite con me, ho chiesto un incontro alla Direzione competente in Provincia”. Ci presentammo dunque negli uffici provinciali ed esponemmo il caso, prospettando l’esigenza di ampliare gli spazi produttivi; sottolineando i benefici occupazionali che ne sarebbero derivati. L’alto funzionario ci ascoltò con attenzione ma senza entusiasmo. Quando venne il suo turno, fermo e pacato, ci ricordò che la Provincia Autonoma di Bolzano aveva una precisa e consolidata politica economica di sviluppo basata su due filiere: quella agro alimentare e quella del turismo. Purtroppo il progetto presentato non rientrava in quelli individuati dalla politica di sviluppo del territorio. Da qui la mancata risposta e il probabile rigetto della domanda. “Per quel luogo – concluse sorridendo – presentate, invece, una domanda per la realizzazione di una spa, un resort, che ben si inseriscono nel contesto, e sarà evasa immediatamente”.

Centro benessere di Naturno in Val Venosta (BZ)
Son tornato di recente in Alto Adige, a Merano, in Val Venosta e in Val Passiria. Visti i centri termali, le spa in quasi tutti gli alberghi; visto lo straordinario meleto della Venosta; i masi e gli allevamenti della Passiria; le aziende lattiero casearie, si può star certi che la politica economica e di sviluppo di quel territorio si basa ancora sulle due filiere individuate e sostenute coerentemente dalla amministrazione provinciale.
Non è detto che altri territori, altre regioni possano / debbano individuare e sostenere quelle stesse filiere o solo quelle. Ma l’esempio citato prova che anche una regione, soprattutto se autonoma, può e deve individuare una politica economica / industriale e perseguirla con coerenza. Evitando di disperdere le poche risorse disponibili in mille rivoli e con continui cambi di rotta.

martedì 18 aprile 2017

CITTA' e TERRITORIO

Una nuova articolazione amministrativa per sviluppare e valorizzare armonicamente
realtà complementari indissolubili, ma con strutture, problematiche ed esigenze diverse

In quasi tutto il mondo, gli abitanti risiedono in parte nelle medie e grandi città e in parte in cittadine, paesi e villaggi sparsi sul territorio. In alcune regioni, soprattutto ove presenti le metropoli, prevalgono i cittadini, in altre sono più numerosi i residenti sul territorio.
In Friuli Venezia Giulia, per esempio, ci sono poche città e vi risiede meno di un terzo della popolazione. Oltre due terzi, invece, risiedono nelle cittadine, nei paesi e nei borghi del territorio. Semplificando, ma non ci si discosta dalla realtà, possiamo considerare:
  • ·  città, i tre (ex?) capoluoghi di provincia e il capoluogo regionale;

·       territorio, le cittadine, i paesi, villaggi e borghi dei comuni non capoluogo.
Stabilito, schematicamente, quali sono le città e cos’è il territorio, è indubbio che si tratti di realtà:
o   diverse per dimensione, concentrazione di popolazione, edificazione e infrastrutture; spazi, aree verdi e naturali, contenitori e contenuti, …;
o   con problematiche gestionali e amministrative differenti per molti versi;
o   con esigenze di conduzione, di cure e investimenti affatto simili;
o   persino atteggiamenti e mentalità dei residenti, pur formati dagli stessi curricola scolastici e distratti dagli stessi media (televisione in primis), palesano qualche differenza.
Non di meno le due realtà, città e territorio, sono indissolubili e complementari, reciprocamente indispensabili per la qualità di vita di tutta la popolazione.
E’ interesse di tutti (ovunque residenti) che:
·       la città realizzi, si doti, sviluppi, organizzi, gestisca, offra, …, i servizi, i contenitori e i contenuti che possono essere localizzati solo in un contesto urbano di una certa dimensione…;
·       il territorio realizzi, si doti, sviluppi, organizzi, gestisca, custodisca, …, quanto rende possibile la fruizione dell’immenso e insostituibile patrimonio, naturale e antropizzato, diffuso...;
·    in entrambe le realtà si attuino politiche e pratiche amministrative, di erogazione dei servizi, di investimenti e gestionali specifici e, quindi, opportunamente differenziati.
Non è la stessa cosa amministrare una città o il territorio e pure abbiamo bisogno di città e comunità extraurbane gestite entrambe in modo ottimale.
Abbiamo l’esigenza di ottimizzare la gestione delle due realtà, nell’interesse di tutti, perseguendo uno sviluppo armonico e complementare.
In alcune regioni europee ciò è realtà. A queste bisogna guardare per adottare adattando.

RAPPORTO AMMINISTRATIVO TRA CITTA’ E TERRITORIO, DUE MODELLI BASE
Non bisogna farsi distrarre dalle infinite varianti possibili. Il rapporto istituzionale tra la città e il territorio ha due soli modelli base:
-         il modello centralistico (franco-napoleonico) accentrato su un capoluogo, al quale il territorio è sottoposto, sino a perdere persino la sua denominazione, per assumere quella della città. E’ importante ricordare che, con la “Grande riforma territoriale” del 2014, voluta dal presidente Hollande, la Francia stessa sta abbandonando il modello centralistico (soppressione dei consigli provinciali entro il 2020)  e ha introdotto le “intercomunalità” e le “comunità di comuni” istituzioni che si rifanno al modello alternativo  descritto qui sotto;
-   il modello federalistico (renano-danubbiano) che pone sullo stesso piano le comunità grandi e piccole; realizza l’ente di maggiore dimensione con la federazione degli enti minori che lo costituiscono; non sottopone il territorio alla città, riconoscendo necessaria la distinzione tra i grandi centri urbani e i centri minori.

Il modello centralistico tende inevitabilmente ad accentrare le risorse e le attenzioni nel capoluogo, con un doppio esito negativo:
-     abbandono, spopolamento, depauperamento del territorio; distruzione di valore (patrimonio abitativo, infrastrutturale e culturale abbandonato);
-       inurbamento eccessivo e repentino della popolazione, espansione delle periferie e scadimento della città e della qualità di vita (inquinamento, traffico, rumore); duplicazione dei costi (edificazione e infrastrutturazione in sostituzione di quanto abbandonato).
Questi fenomeni sono stati particolarmente marcati nella Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia; molto più che nella regione ordinaria Veneto, per esempio.
Il territorio, dalla montagna alla bassa friulana, dai borghi alle cittadine già fulcro del policentrismo regionale (Tolmezzo, Gemona, Cervignano, Spilimbergo, Maniago, …) ha avuto scarse attenzioni e poche risorse.
E i risultati si vedono! Basta guardare gli andamenti demografici dei comuni del territorio. Lo spopolamento – si badi bene – è l’effetto (delle disattenzioni) e non la causa del mancato sviluppo. Cui fa riscontro la caotica espansione delle città regionali. Grandi periferie senza pregio cingono d’assedio quelli che erano splendidi centri urbani, a misura d’uomo.

UN MODELLO FEDERALISTICO PER L’ORGANIZZAZIONE DEGLI ENTI LOCALI
E’il modello vigente (con pochissime differenze sostanziali) in Germania, Svizzera, Austria, Province Autonome di Trento e Bolzano. Posto che come ovunque il Comune è l’istituzione di base questo modello prevede che l’ente immediatamente superiore (intermedio tra comune e regione/provincia/land/cantone):
·  abbia caratteristiche di omogeneità geo-orografiche, socio-economiche, storico-culturali;
·  abbia un’ampiezza sufficiente per erogare servizi e pianificare sviluppo e investimenti;
·       sia costituito da un’aggregazione di comuni con prerogative federalistiche (delega di funzioni e non cessione di competenze; pari dignità degli aderenti; …)
·       sia costituito tra “pari” ovvero operando la separazione dei grandi centri urbani e non sottoponendo a questi i territori circostanti;
·    sia collegio per l’elezione dell’ente superiore, per la certezza della rappresentanza in esso;
·       goda di autonomia e reale facoltà di scelta nelle materie assegnate;
·   sia finanziato con parametri certi, in base a popolazione residente, estensione territoriale, imposte raccolte, singolarmente o in combinazione, secondo i capitoli di spesa.
Questa organizzazione degli enti locali è stata il fattore determinante (anche se non unico) dell’armonico sviluppo riscontrabile nei paesi e province citati. Laddove i fenomeni di depauperamento - evidenti in vaste porzioni del FVG - non ci sono stati.

ADOTTARE, ADATTANDO, IL MODELLO FEDERALISTICO “RENANO-DANUBBIANO”
La regione FVG è molto complessa, per nulla omogenea, ricca di diversità. Non di meno, anzi a maggior ragione, il Sistema Regione – Autonomie locali deve essere: adeguato, efficace, efficiente, equivalente, sostenibile, affidabile, introducibile, condiviso.
Questi requisiti, tenuto conto della complessità detta, possono essere assicurati solo da un’organizzazione di tipo federalistico, lungamente sperimentata e affinata nel tempo con una serie di ritocchi: IL MODELLO RENANO – DANUBBIANO.
In sintesi l’introduzione del modello “renano-danubbiano” in Regione prevede:
-  la costituzione di aggregazioni di comuni territoriali compatte e omogenee (da 20 a 25);
-   il riconoscimento di 4/5 città extraterritoriali con le competenze delle aggregazioni;
-  la fusione di comuni esclusivamente su base volontaria e l’assenso di ciascuno;
- la costituzione volontaria di sovra-ambiti di scopo, per la gestione delle problematiche specifiche comuni a più aggregazioni, anche non contigue.

Le 4 città extraterritoriali, avranno le medesime competenze delle aggregazioni, in pratica saranno un ente intermedio monocomunale (come le città di Germania e Austria e Bolzano stessa); sindaco e giunta, avranno – oltre che i poteri comunali –quelli del presidente e della giunta delle aggregazioni. Per quanto sopra gli enti intermedi risulteranno dalla somma delle aggregazioni territoriali e delle città extraterritoriali: 24-29.
La compresenza di aggregazioni territoriali, città extraterritoriali e sovra-ambiti di scopo prefigura una forma di organizzazione a matrice, l’unica che permette di gestire efficacemente la complessa situazione del Friuli Venezia Giulia, senza sacrificare alcune comunità e porzioni di territorio; in essenza, senza ledere i principi della democrazia.


IL MODELLO APPLICATO AL FRIULI OCCIDENTALE

L’ipotesi di base prevede di partire dalle aggregazioni storicamente riconosciute e condivise dalla popolazione residente: i mandamenti; tenendo conto anche dei mutamenti, socio-economici e demografici, avvenuti negli ultimi decenni:
·       aggregazione dei comuni dell’Azzanese (del Sile)
·       aggregazione dei comuni del Maniaghese (delle Dolomiti friulane)
·       aggregazione dei comuni del Sacilese (del Livenza)
·       aggregazione dei comuni del Sanvitese (della destra Tagliamento)
·       aggregazione dei comuni dello Spilimberghese (delle Prealpi friulane)
o   Città di Pordenone (ente intermedio mono comunale, come Bolzano)
 in alternativa:
o Aggregazione del Noncello (a 3: Pordenone-Cordenons-Porcia, come Trento)
Ovviamente si può e si deve ragionare su possibili aggiustamenti e alternative ma motivate e … ragionevoli. In ogni modo, nei casi dibattuti la parola va ai cittadini che decidono con referendum. Questa, che tocca il senso di appartenenza di ciascuno, non è materia di delega in bianco!


lunedì 25 gennaio 2016

UNA CARTOLINA DAL LAGER

La storia di un giovane militare italiano prigioniero nel campo di Görlitz.
Dove fu prigioniero il musicista francese Olivier Messiaen
che vi compose il “Quatuor pour la fin du Temps”.

La locandina della prima eseguita nel campo di prigionia

Quel 27 novembre 1943, il postino di Tramonti di Sotto cambiò il giro di distribuzione e s’infilò, prima di ogni cosa, nel portone della Palcodana, in via Manzoni. Teneva già in mano una cartolina, attesa, in una delle case del cortile, con sentimenti contrastanti di speranza e di apprensione. Egli conosceva bene i vari tipi di cartoncini, color seppia o carta da zucchero, che recapitava alle famiglie in quegli anni di guerra. Vi erano quelli del Distretto Militare, che annunciavano un caduto o un disperso e che gettavano nella disperazione le famiglie, soprattutto le donne: madri, sorelle, mogli, promesse. Poi quelli della Croce Rossa Italiana, più interlocutori, che qualche speranza la lasciavano, anche se spesso risultava vana. Questa, scritta l’undici novembre, spedita il diciassette e giunta a Tramonti dieci giorni dopo, era diversa: una “Kriegsgefangenenpost”, ovvero una corrispondenza dei prigionieri di guerra, giunta “in porto franco” dal M-Stammlager VIII A – Deutschland. Non fossero tragiche le circostanze e sciagurate le ragioni di questi documenti, se ne potrebbe – ancora oggi – notare la precisione teutonica. Destinataria: Signora Miniutti Maria; luogo di destinazione: Tramonti di Sotto, Via Manzoni N° 93 (Pa Udine); mittente: Rugo Elio. Il frontespizio, come il testo sul retro, erano scritti in una stessa bella calligrafia; il “Gefangenennummer” (numero del prigioniero), invece, era chiaramente scritto da altra mano, meno distesa, più apprensiva, quasi a marcare l’infamia di chi aveva introdotto e gestiva questo sistema numerario. In quel tragico novembre il giovane (diciannove anni compiuti da poco), rinchiuso nello Stammlager, scriveva ed era lui a dare forza e conforto:

Fronte e retro della cartolina spedita dal campo di prigionia tedesco


Carissima Mamma ti faccio sapere che io sto bene, così spero sia anche di te, Sorella e Nonna. Mi farete sapere come vi trovate voi tutti. Nel rimanente foglietto scrivetemi come vi trovate. Informatevi se si può mandarmi un pacco, mandatemi fumare e mangiare e calzetti. Datevi coraggio e non pensate di me. Resto salutandoti Te, Nonna e Sorella, tanti baci tuo figlio Rugo Elio”.

Elio era stato chiamato alle armi l’otto settembre 1942, aveva compiuto diciotto anni da appena tre mesi. Esattamente un anno dopo, 8 settembre 1943, l’Italia firmò la pace separata con gli alleati e giusto il giorno appresso, il 9 settembre, egli fu catturato prigioniero dai tedeschi a Gorizia e internato in Germania. Con un commilitone, al concitato “rompete le righe”, si era buttato per il Natisone con l’intento di guadarlo e prendere la strada di casa. Sennonché, i tedeschi – sull’avviso da giorni, al contrario dei comandanti italiani - li intercettarono immediatamente. Al rabbioso: “Stopp auffangen”, Elio si fermò alzando le mani. L’amico, invece, tentò una fuga disperata. Una raffica di MP40 lo colse in mezzo alla corrente e, ancora, il fiume si tinse di sangue. 

Rugo Elio chiamato alle armi nel 1942 a 18 anni e fatto prigioniero il 9 settembre 1943

Da allora, a Tramonti, nulla si era saputo di lui, sino a novembre quando fu recapitata la cartolina. Non sappiamo con quali sentimenti venne accolta, ma c’è da augurarsi che allora non si sapesse cosa stava accadendo in Germania e cosa significasse M-Stammlager. Anche se ora sappiamo che questi campi, gestiti dall’esercito e destinati agli Internati Militari Italiani, erano diversi da quelli di sterminio, ma lo erano anche da quelli destinati ai prigionieri di guerra. Agli italiani, infatti, i tedeschi non riconobbero lo status di prigioniero in modo da giustificare, nei loro confronti, l’esclusione dai diritti riconosciuti dalla Convenzione di Ginevra. Le condizioni nei campi erano durissime e gli internati italiani furono messi al lavoro coatto. L’orario settimanale era in media di 57,4 ore e nelle miniere di 52,1 (circa nove ore giornaliere). Dei circa 650.000 internati (800.000 secondo altre fonti) da 40 a 50.000 perirono nei lager: 10.000 per la durezza e la pericolosità del lavoro, 23.000 per malattie e malnutrizione, 2.700 a causa dei bombardamenti alleati, 5-7.000 perirono sul fronte orientale e 4.600 furono le esecuzioni capitali, comminate dai tedeschi anche per motivi risibili o per mera rappresaglia. Elio stesso raccontò di essere scampato alla forca, installata nella spianata dell’appello, solo in ragione della sua corporatura minuta che lo faceva sembrare ancor più giovane dei diciannove anni che aveva. Motivo della sentenza: la raccolta di bucce di patata dai rifiuti delle cucine. Raccontava anche di aver potuto resistere e sopravvivere grazie alle bucce e qualche pezzetto di pane che gli serbava e passava attraverso la rete delle due sezioni, maschile e femminile, una giovane prigioniera russa: un altro piccolo esempio di come nemmeno l’inferno in terra, com’è stato giustamente definito il lager, può sopprimere l’essenza umana. Nell’agosto del 1945, quando, a quattro mesi dalla fine della guerra, i prigionieri furono definitivamente liberati, i due giovani si incamminarono insieme verso sud nell’intento di raggiungere l’Italia. Approssimandosi al Friuli, Elio raccolse la voce che Tramonti di Sotto era stata bruciata dai tedeschi per rappresaglia e che molti abitanti vi erano periti. Il nuovo durissimo colpo, il timore di non ritrovare la casa e i parenti, lo indussero a separarsi dalla giovane russa e proseguire da solo con i più tristi presagi. Scoprì più avanti che il paese bruciato era Forni di Sotto e non Tramonti, un malinteso che aggiunse altre pene a chi già tanto aveva sofferto.
Lo Stammlager VIII A, situato a Görlitz, nel sud-est della Germania, era già stato liberato dai sovietici, durante la loro avanzata, il 14 febbraio del 1945. Qui erano stati concentrati anche dei prigionieri russi, 12.000 dei quali vi avevano trovato la morte. Per questo, il comando russo fu irremovibile e il Kapò fu giustiziato immediatamente con la forca issata da lui stesso nella spianata dell’appello. La corda era già stata ritirata, toccò al prigioniero più giovane issarsi sulla trave e rimetterla in sede. Al resto pensarono i prigionieri più anziani e i liberatori. I tempi e le circostanze non permisero esiti diversi. Il proseguio della guerra sino a maggio e la complessa situazione che ne seguì costrinsero gli ex prigionieri del campo a rimanere in Germania sino ad agosto, quando finalmente poterono intraprendere la via di casa, ove cercare di dimenticare la dura esperienza vissuta e riannodare i fili di una vita segnata da eventi così laceranti.
In precedenza, tra il 1940 e il 1941, quando la guerra – sempre inumana - non era ancora, un’immane e orribile tragedia, il campo di Görlitz aveva ospitato dei prigionieri francesi. Il comandante di allora, appassionato di musica, saputo che tra di essi vi era un certo Olivier Messiaen, musicista e compositore, si adoperò perché questi potesse tenere un concerto nel campo. Per l’occasione il maestro compose un’opera del tutto nuova, il Quatuor pour la fin du Temps, capolavoro allegorico in omaggio all'Angelo dell'Apocalisse, che alza la mano verso il cielo dicendo: "Non ci sarà più il Tempo". Il Quartetto per la fine del Tempo, composizione da camera, è considerato uno dei più alti esempi di musica del ventesimo secolo. E’ un’opera con precisi e profondi riferimenti religiosi, filosofici e tecnici (musicali). Il concerto cameristico fu eseguito la prima volta il 15 gennaio del 1941, sotto la neve e in condizioni inimmaginabili, di fronte a tutti i prigionieri dello Stalag VIII A radunati in un piazzale gelato. Gli altri musicisti a eseguire il Quatuor con Messiaen furono: Henri Akoka (clarinetto), Jean Le Boulaire (violino) e Étienne Pasquier (violoncello). I nazisti riuscirono a procurare per Pasquier un violoncello con tre sole corde e il pianoforte su cui suonò Messiaen era talmente vecchio e malmesso che i tasti, una volta premuti, restavano abbassati. Ci piace credere che l’eco della musica abbia aleggiato a lungo sulle baracche del campo e recato conforto al giovane Elio e con lui a tutti gli uomini e le donne che vi hanno sofferto la prigionia.

Tutto questo non si sapeva tal curtîf da la Palcodana, a Tramonti di Sotto, in quel novembre del ’43. Né si sapeva da dove arrivasse quella cartolina, se non dalla Germania, nome che già incuteva timore. Per le tre donne, Madre, Nonna e Sorella, la cartolina riportava la speranza del ritorno che si sarebbe concretizzato solo due anni più tardi. Ora sappiamo che l’M-Stammlager VIII A era un campo di prigionia base, situato a Görlitz, una cittadina vicino a Dresda nel sud-est dell’attuale Germania, ai confini con la Polonia e la Repubblica Ceca. Il campo, recintato con il filo spinato, era costituito da baracche di legno che ospitavano le cuccette a castello per i prigionieri. Progettato per 15.000 “ospiti”, ve ne furono ammassati anche 47.000. Come ricordato, nelle varie fasi della guerra, vi furono concentrati prigionieri francesi, polacchi, inglesi, russi e infine gli IMI (Internati Militari Italiani). Attualmente Görlitz è una città di 57.000 abitanti, la sua bellezza è dovuta alla graziosa armonia di stili architettonici: un insieme di palazzi gotici, rinascimentali, barocchi e Art nouveau. Il campo di prigionia è stato completamente demolito, solo una stele ne ricorda il sito e le sofferenze dei reclusi e, naturalmente, le note di Messiaen con l’ammonimento dell’Angelo dell’Apocalisse: “Non ci sarà più il Tempo; almeno per questo no, speriamo.
La guerra era finita da alcuni mesi, chi ne era scampato aveva fatto ritorno, c’era voglia di dimenticare, di ricominciare a vivere. La brezza di primavera aveva attutito l’eco della battaglia sul monte Rest, le voci secche dei caucasici e dei tedeschi durante i rastrellamenti. Il sole d’estate aveva asciugato il sangue dei martiri di Palcoda, fucilati contro il muro del piccolo cimitero dietro la chiesa di Tramonti di sotto. Restava il dramma dei dispersi, degli internati di cui ancora non si sapeva nulla; tra questi Elio sempre atteso dalle “Carissime Manna, Nonna e Sorella”. E, ad agosto, senza preavviso, egli tornò. A stento fu riconosciuto quando giunse in Plazzoleta, all’ingresso del paese. Poi la voce corse fulminea per il borgo e tutti si riversarono tal curtîf da la Palcodana (la cara Nonna di Elio) per riabbracciare e festeggiare il reduce. Poche furono le domande ed evasive le risposte sugli anni della prigionia: bisognava farsene una ragione, magari dimenticare. Più avanti negli anni, invece, Elio cominciò a raccontare perché, come diceva: “doveis savê”. Dobbiamo sapere e dobbiamo ricordare.

                                                                                                                                    Ubaldo Muzzatti

sabato 8 febbraio 2014

GIORNO DEL RICORDO

UNA FOIBA TRA I PASCOLI
La fóus di Balanceta sul monte Cjaurleç  in  Friuli
Ricordo triste della narrazione di un "testimone"

In Italia facciamo ancora fatica a rimarginare le ferite della seconda guerra mondiale, soprattutto le lacerazioni degli ultimi venti mesi, dall’otto settembre del 1943 al maggio del 1945. Ciò è dovuto al fatto che non abbiamo saputo (o voluto) fare apertamente e completamente i conti con la storia e tutte le vicende che in essa si sono succedute. Vicende che sono affatto lineari e bensì molto intricate, a volte contraddittorie, spesso drammatiche. Siamo pronti a riconoscere i crimini degli “altri”, connazionali o stranieri, e commemorarne le vittime ma non amiamo ricordare le “nostre cadute” che pure ci sono state. Tanto che molti tragici episodi che ci riguardano da vicino sono ancora sconosciuti alla maggioranza degli italiani. E poco noti persino nei luoghi dove sono avvenuti.

      In questo clima spesso è venuta a mancare persino la pietas per i caduti del fronte avverso, a volte uccisi senza colpa e in modo orribile. A Castelnovo del Friuli, in provincia di Pordenone, senza clamore, hanno dato dignità a tutti i morti, per causa degli eventi bellici, di quella terribile stagione. Infatti, a fianco dei soldati caduti nei primi anni del conflitto, sono riportati i dieci partigiani immolati per la libertà e il riscatto dell’Italia, tra cui la medaglia d’oro Virginia Tonelli, uccisa nella risiera di San Sabba a Trieste, un deportato in Germania, due volontari garibaldini caduti nella guerra civile spagnola e tre militi della R.S.I.. Alla guerra di liberazione, Castelnovo e gli altri comuni della pedemontana occidentale friulana, hanno dato un contributo di uomini, mezzi e sacrificio, eccezionale. Basterà ricordare che una delle prime azioni della resistenza italiana avvenne a Paludea, sede municipale del “paese che non c’è”, contro una colonna tedesca in transito; che uno dei più importanti comandi partigiani era situato nel castello Ceconi di Pielungo. Tra i martiri, trucidati dai nazifascisti, oltre alla Tonelli, bisogna ricordare almeno il diciannovenne Primo Zanetti, impiccato alla torre occidentale di Spilimbergo e il quindicenne Giovanni Missana, impiccato a un lampione del suo paese, Valeriano.

     Ai confini tra Castelnovo del Friuli, Clauzetto, Tramonti di Sotto, Meduno e Travesio si trova il monte Cjaurleç, in loco chiamato Turié. Su questa montagna, durante tutta la resistenza trovarono rifugio e base d’azione le formazioni partigiane. Le ragioni dell’acquartieramento si spiegano con la presenza di numerosi stavoli, usati normalmente per la monticatura estiva, la relativa vicinanza ai centri di pianura e alle vie di comunicazione e una discreta possibilità di difesa o sganciamento in caso di attacchi e rastrellamenti. La montagna, che si affaccia sulla pianura friulana, sopra Spilimbergo, è alta poco più di millecento metri, ha una forma tondeggiante e, su declivi non ripidi, si stendono ampi pascoli. Non di meno è insidiosa, per uomini e bestiame, a causa di alcuni inghiottitoi carsici, chiamati fóus.

     Su queste cavità, durante gli ultimi mesi di guerra, cominciarono a circolare voci inquietanti. Si diceva che vi fossero gettati i soggetti, civili o belligeranti, “giustiziati” dai partigiani, per essere spie, delatori, collaborazionisti, i primi; nemici o traditori i secondi. In quel drammatico periodo, nella pedemontana spilimberghese, furono prelevati o catturati e poi soppressi e occultati 38 civili, da parte di elementi armati qualificati o sedicenti o supposti partigiani. Bisogna ricordare che dopo l’otto settembre del ’43 circolavano liberamente molte armi e che negli ultimi mesi di guerra “saltarono” sul carro della resistenza anche personaggi non esclusivamente animati da spirito patriottico e senso civico. E’ certo, però, che il monte Cjaurleç, dal dicembre del 1943 alla fine della guerra fu costantemente presidiato da formazioni partigiane facenti parte del Corpo Volontari della Libertà.

      I corpi di 31 dei civili scomparsi furono progressivamente trovati, durante o subito dopo la guerra, abbandonati nei boschi, sui pascoli o sotto pochi centimetri di terra. Ne mancavano all’appello sette e le voci sul loro possibile infoibamento, sul monte Cjaurleç, si facevano insistenti e circostanziate. Tanto che, nella primavera del 1946, le Forze di Polizia Giudiziaria di Trieste, allora sotto il Governo Militare Alleato, salirono sul monte e, dalla fóus di Balanceta, profonda 80 metri, recuperarono 11 salme. Sette di queste, riconosciute, risultarono essere di civili “scomparsi” da Castelnovo del Friuli (2), Travesio (4), Meduno (1). Di queste cinque erano donne, dai 23 ai 48 anni. Tra i quattro non riconosciuti c’erano sicuramente un militare tedesco e un italiano repubblichino, degli altri due si è ipotizzato che potessero essere civili non del luogo o anche partigiani giustiziati dai loro colleghi per uno dei casi previsti dalle regole che si erano dati. Tra questi, a seguito di una circolare emessa nel settembre 1944, dal comando del “Brigata Garibaldi Tagliamento” figuravano anche le “fucilazioni erronee, senza informazioni dei responsabili del terreno e senza capi d’accusa sufficienti”. Questa circolare doveva essere motivata, e produsse il suo effetto, poiché dei 38 civili, di cui si è detto, solo 6 furono “prelevati” dal mese di ottobre 1944 alla fine della guerra.

La fòus di Balanceta sul monte Ciaulec - Travesio (Pn)

     Chi volesse conferme o maggiori dettagli, può leggere i libri del professor Guido Rumici e, soprattutto, le ricerche pubblicate dall’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia e dall’Istituto per la Storia del Movimento di liberazione di Udine e Pordenone. Chi vorrà, invece, salire alla fóus di Balanceta, da Travesio per il borgo abbandonato di Praforte, vi troverà sul ciglio una croce di legno con una targa che ricorda quanti, vi furono gettati “forse ancora vivi” e auspica “che questo non accada più”. Tutti dobbiamo sperare e soprattutto operare perché l’auspicio si avveri. Per il primo inciso, invece, possiamo solo augurare che non sia stata possibile una simile atrocità, ma alcuni elementi e qualche testimonianza fanno ritenere che almeno in un caso, sul monte Ciaurlec, sia stata smarrita l’essenza umana. Io stesso ho avuto occasione di ascoltare, casualmente, la ricostruzione di un infoibamento da parte di uno dei “protagonisti”. Sono passati cinquant’anni, ma non ho mai potuto dimenticare la crudezza di quel racconto, fatta al riparo delle amnistie e degli indulti che si susseguirono dal 1946 agli anni Sessanta.

Era d’estate, con un gruppetto d’amici sedevamo ai tavoli esterni di un bar di Travesio, che dà sulla piazza. In uno dei tavoli adiacenti sedevano tre uomini, di cui uno, spavaldo (e Dio voglia bugiardo e mitomane), recitava il ruolo del protagonista rispondendo alle domande che gli ponevano gli altri due. Noi, poco più che adolescenti, non ci badavamo. Ma la mia attenzione fu catturata quando l’uomo fece dei nomi di persone emigrate in Venezuela e, tra queste, una di mia conoscenza. Dal discorso si capiva che lui era rimpatriato perché “non aveva più nulla da temere”. Da qui il discorso girò sulla guerra partigiana, alla quale aveva attivamente partecipato. Gli interlocutori gli ponevano domande tipo: “Chi c’era quando fu fatto saltare il treno? ...e la polveriera? …e dove eravate durante il rastrellamento del ’44?”. Egli rispondeva con sicurezza e dovizia di particolari. Finché, abbassando la voce, uno gli chiese:

E quanch’o  veis cjapade la siore …, eristu ancje tu?” .
“Po’ sigûr – rispose l’interrogato – o jerin jò, ..., ... e ...”.
“E cemût ise lade?”
“L’avin puartade su in Turié e butade ta la fóus di Balanceta.”
“Vive?”
“Po’ sigûr, ma a ê restade picjade pa’ la cotule t’une crete”.
“E po’ dopo?
“E â pigulât par tre dìs e po’ a no si ê sintût plui nuje!”


Poi tacquero tutti. Anche noi ragazzi. Era d’estate verso sera, dal Cjaurleç calava la brezza…

                                                                                           umuzzatti@gmail.com


"- E quando avete catturato la signora..., c'eri? 
  - Sicuro, eravamo io, ..., ... e....
  - E come è andata?
  - L'abbiano portata sul monte Ciaurlec e buttata nella foiba...
  -Viva?
  -Sicuro, ma è rimasta impigliata per la gonna in uno sperone di roccia.
  -E poi?
  -..... .... .... .... .... .... e poi non si è udito più nulla! "

domenica 19 gennaio 2014

UN MONITO PER I GIORNALISTI E GLI OPERATORI DELL'INFORMAZIONE

Il richiamo di Papa Francesco per un’informazione corretta
In uno scritto precedente mi sono soffermato su “La lezione di Papa Francesco alla politica italiana”. L’udienza concessa ai dirigenti e dipendenti della RAI, in occasione della ricorrenza dei sessant’anni di avvio delle trasmissioni televisive, ha dato occasione al Papa di dare una lezione anche ai giornalisti e a tutti gli operatori dell’informazione.
Una lezione racchiusa in due precise parole: “Informare e formare”. Il Papa, infatti, rivolgendosi al personale RAI, si è soffermato sull’importanza dell’informazione e su come questa, quando è corretta e completa, abbia un valore formativo. Tanto che sostituendo la congiunzione con il verbo, si può affermare che “informare è formare”. Ciò, nonostante che le due azioni abbiano significato e contenuti diversi e tra i due passi almeno la differenza che c’è tra il leggere e lo studiare.
Non vi può essere dubbio che una corretta informazione da parte degli organi a larga diffusione, stampa e radiotelevisione prima di tutte, concorre in modo determinate alla formazione dell’opinione pubblica, all’accrescimento della coscienza civica e all’esercizio della democrazia. Gli organi d’informazione, prima ancora di essere “il cane da guardia”, possono essere “il cane da pastore” o meglio “il cane  guida” della democrazia. Ovvero i mezzi che devono accompagnarci, segnalandoci per tempo gli ostacoli, piccoli e grandi, sino ai baratri, lasciando a noi la decisione su quale direzione intraprendere.
I manuali ci dicono che l’informazione deve essere “esatta, completa, tempestiva”. Nonostante l’abbondanza e la potenza dei mezzi è assai difficile che la massa d’informazioni che abbiamo tutti i giorni risponda in pieno ai tre requisiti fondamentali citati. Ai quali a volte si aggiunge il quarto: “Inequivoca”. Data l’evoluzione dei mezzi tecnici a disposizione, se l’informazione non è sempre esatta, completa, tempestiva e inequivocabile le ragioni e le responsabilità non possono che essere “umane”, ovvero insite in carenze e scelte degli operatori del settore. Distribuite, ovviamente, secondo i livelli ricoperti; ruoli e responsabilità del praticante sono diversi da quelle del direttore responsabile e dell’editore.
Docere, Movere, Delectare, erano per la retorica le ragioni essenziali di un discorso orale o scritto. E sono ancora le motivazioni della comunicazione, quale che sia il mezzo e la forma con cui si comunica. Perché si parla, si scrive, si comunica qualcosa? Per uno, due, o tutti tre i motivi suddetti. A parte il dilettare/divertire che tanta parte ha nei media attuali, la differenza la fanno il docere (insegnare, in-formare, mettere al corrente, nella condizione di sapere e, quindi, di ragionare, di operare, …) e il movere (spostare, attrarre, tirare a sé e, quindi, convincere, …). Ecco che l’informazione giornalistica, soprattutto degli organi liberi, dovrebbe prima di tutto docere, tanto meglio se in modo piacevole, solo dopo, alla luce della conoscenza più ampia, movere al bene e al giusto. La preminenza del movere era (ed è ancora) lo scopo, più o meno dichiarato, degli organi d’informazione di parte.
 In Italia abbiamo un grande problema politico che si trascina da anni e che ci ha portati sull’orlo della bancarotta. Una domanda lecita potrebbe essere: Sarebbe stata possibile una deriva di tale entità se avessimo avuto un’informazione corretta? La risposta è: no. Nonostante non siano mancati, e non manchino, degli ottimi giornalisti e delle buone testate. Ecco perché ha fatto bene Papa Francesco a richiamare il personale della RAI, e con esso tutto il sistema dell’informazione, a una seria riflessione sul proprio ruolo e sul modo in cui viene portato avanti.
                                                                                      umuzzatti@gmail.com


giovedì 9 gennaio 2014

LE PICCOLE AZIENDE DI FRONTE ALLA GLOBALIZZAZIONE

Nel mercato globale c’è ancora spazio per la piccola impresa italiana e l’artigianato?

Intervista di Luigi Scian a Ubaldo Muzzati “Voce civica”

Ubaldo Muzzati , perito industriale, sessantaquattrenne ora in pensione, residente a  Cordenons, ha iniziato la sua attività lavorativa nel 1970.  Nei primi quindici anni ha lavorato con diverse aziende italiane ed estere tra cui la Zanussi, la Siplast  Italiana, La Valli Zabban Spa e la Texas Refinery Corporation  quasi sempre in qualità di direttore tecnico e responsabile produttivo, per poi intraprendere dal 1986 e fino alla pensione, l’attività di consulenza aziendale di organizzazione e progettazione aziendale. Ha operato con diversi paesi esteri tra cui, USA, RUSSIA, CINA, FRANCIA, BELGIO SPAGNA,SVEZIA, DANIMARCA, etc. oltre che ovviamente con diverse realtà italiane.
Lo incontro un venerdì mattina in piazza a Cordenons per un’analisi e un contributo, data la sua notevole esperienza nel settore,  sulla crisi delle nostre piccole e medie imprese e sulle possibilità di superare l’attuale momento. Ecco le domande e le sue risposte.
D. Lei che ha fatto da consulente organizzativo e produttivo, per molti anni, a molte piccole aziende manifatturiere della nostra zona, come ha trovato, professionalmente parlando, i nostri imprenditori? Quali sono i pregi e quali sono state le necessità o le carenze del nostro imprenditore, che ha riscontrato nell'ambito della sua attività di consulenza?
R. Ho sempre trovato gli imprenditori della nostra zona competenti e attenti agli aspetti tecnici; con buone capacità di sviluppare il prodotto, l’impiantistica necessaria e di organizzare la produzione. Ho riscontrato poi una notevole vocazione a ideare e realizzare soluzioni appropriate e, spesso, innovative, tanto di prodotto quanto di processo. Buona parte delle nostre aziende manifatturiere traggono origine proprio dalla competenza  e inventiva tecnico-produttiva del fondatore. Per contro, e non potrebbe essere altrimenti, ho riscontrato spesso carenze in ordine all’analisi costistica e al controllo di gestione che si riverberava, non di rado, negativamente sui margini di contribuzione e infine sul conto economico e sullo stato patrimoniale dell’azienda. Mi pare, poi, di poter affermare che gli imprenditori locali, grandi e piccoli e salvo eccezioni, abbiano difficoltà nell’approccio e nel ricorso agli strumenti finanziari. Ma la carenza principale, insita nel carattere stesso degli imprenditori friulani, si riscontra in campo commerciale. Tutto bene finché operano direttamente in ambito locale, ma quando la dimensione e la crescita impongono una strategia di mercato, l’organizzazione di una rete di vendita, la pianificazione di azioni di marketing, sono in pochi a farcela e non di rado questo passaggio è coinciso con una trasformazione societaria, quando non con la cessione stessa dell’azienda; in zona i casi sono molti, noti e meno noti.
D. Lei ha avuto contatti con diversi imprenditori esteri avendo frequentato una decina di Stati dalla Cina agli Stati Uniti, da alcuni Stati  CEE alla Russia, etc. quali differenze ha riscontrato tra le nostre imprese e quelle estere?
R. In effetti, le esperienze e gli incontri sono stati tanti e molto diversi tra di loro in relazione alle situazioni – affatto simili – dei paesi in cui mi sono trovato a operare.  Non possiamo semplicemente paragonare imprese italiane ed estere, dobbiamo necessariamente collocare il confronto in un’area più ristretta rispetto a singoli stati, visto che le organizzazioni aziendali rispecchiano ancora le normative e le politiche nazionali. Per esempio l’introduzione delle norme EN (European Norm) in tutti gli stati della UE non ha ancora annullato le impostazioni teutoniche indotte dalle norme DIN (Istituto normatore tedesco, analogo per funzioni all’ UNI in Italia)  che travalicavano di gran lunga la Germania e che, però, non hanno mai scalfito il BSI anglosassone (BSI, Istituto normatore inglese). Lo stesso si può dire a livello mondiale per le ISO (Istituto normatore internazionale); l’unificazione e la globalizzazione sono fenomeni in corso ma non certo conclusi.
Tornado alla domanda, posso rispondere citando alcune delle cose che più mi colpivano, nelle aziende in cui mi sono trovato all’estero, proprio perché differenti rispetto a quanto vedevo in Italia. Sono stato dipendente di una grande azienda francese nei primi anni Ottanta, subito dopo aver lasciato una grande azienda italiana e locale. Più di tutto mi sorpresero le relazioni sindacali (o industriali che dir si voglia), la maturità del sindacato francese, capace di mettere in ginocchio anche lo Stato all’occorrenza, ma che se, per fare un esempio, un lavoratore non faceva il proprio dovere, come stabilito dagli accordi, lo riprendeva più e prima dell’azienda. Dubito che ancora oggi sia così in Italia. In Francia ho compreso l’importanza del controllo dei costi, per loro il “prix de revient” è imprescindibile. Nulla si fa senza aver calcolato preventivamente ed esattamente i costi di produzione e di distribuzione di ogni bene o servizio, privato e pubblico (e questo concorre a spiegare perché la Francia, così simile a noi, sia anche così diversa). In Svezia fui sorpreso dall’elevata produttività diretta dei lavoratori, gli unici, tra quelli che ho potuto osservare, che superano gli italiani in generale, ma sicuramente non i cottimisti e gli artigiani del Nordest. Negli USA impressiona la naturale propensione all’analisi del valore, la netta prevalenza degli investimenti immateriali (personale, competenze, ricerca, brevetti, marketing) rispetto ai materiali; soprattutto per gli immobili (tanto cari ai nostri imprenditori) si spende il minimo indispensabile.
In generale è difficile trovare all’estero un tessuto manifatturiero basato su piccole e medie imprese. Qualcosa di simile all’artigianato è riscontrabile solo nei servizi e non nella produzione di beni e, quindi, nel manifatturiero.
D. Secondo Lei perché molte piccole aziende della nostra zona sono in difficoltà? A causa della globalizzazione, della crisi nazionale, di un livello elevato della tassazione, di una dimensione troppo piccola o dalla necessità di riqualificazione dell’organizzazione e della produttività aziendale?
R. Si potrebbe semplicemente rispondere: “Sono in crisi perché in Italia stanno venendo meno le condizioni per fare impresa.” Procedendo con ordine, invece, si può osservare che, almeno da questo punto di vista, la globalizzazione è neutra, è parimenti una minaccia e una opportunità. Puoi produrre e vendere tutto e ovunque (quasi), come essere invaso dalle produzioni degli altri (quasi sicuramente), dipende dalle capacità della singola impresa (per una parte) dalle capacità del Sistema nazionale (per molti aspetti). La crisi nazionale agisce su due fronti: la minore disponibilità e propensione ai consumi falcidia le imprese con solo mercato interno; purtroppo la crisi nazionale, con i gravami che ne derivano, frena anche le aziende presenti e competitive sui mercati esteri. La tassazione elevata è uno, ma non il primo e più pesante, degli ostacoli all’avviamento e mantenimento delle attività di impresa. Sono illuminanti, in tal senso, le risposte delle aziende produttive internazionali alla domanda: “Perché non investite in Italia?” Risposte: “1° - Incertezza del diritto – lentezza della giustizia; 2° difficoltà e lungaggini burocratiche; 3°costi dell’energia e del lavoro; 4° carenze infrastrutturali; 5° elevata tassazione;…”. Tra le prime dieci risposte non figura la carenza di manodopera qualificata o la bassa produttività diretta, ma questo non consola i disoccupati. La dimensione troppo piccola, per alcune tipologie produttive, è un limite ma non assoluto e insormontabile. Lo dimostrano tante eccellenze che riescono a farsi valere nel mondo a dispetto della loro limitata dimensione, gli esempi sono moltissimi. In generale però si fa urgente l’esigenza della crescita dimensionale, anche attraverso forme aggregative, di cooperazione, quando non di fusione/incorporazione. Riqualificazione e riorganizzazione devono diventare processi continui, per tutti, grandi e piccoli.
D. La delocalizzazione può essere un'opportunità, una necessità, o l'impresa può continuare ad operare seppur in forma diversa rispetto al passato? Quali prospettive per il nostro "tessuto" imprenditoriale locale, ovviamente sempre nel settore manifatturiero?
R. La delocalizzazione è, prima di tutto e se non cambia qualcosa, una necessità che spesso, ma non sempre, si traduce in un’opportunità. Difficile che si possa andare avanti “come niente fosse successo”. L’impresa deve e può continuare a operare, trasformandosi e adattando quello che è di sua competenza e, al contempo, chiedendo i cambiamenti necessari al Sistema Italia, sperando che questo dia almeno le risposte minime.
D. Cosa possono fare le istituzioni?
R. Ripristinare le condizioni perché in Italia si possa intraprendere e, quindi, produrre (lavorare) e vendere in casa e sui mercati esteri. E, quindi, prima di tutto: disboscare e semplificare il corpus legislativo (attualmente il più prolisso e contradditorio del mondo); riformare la giustizia (cause civili chiuse in sei mesi, come in Francia, per esempio); disboscare, con l’ascia e non il temperino, la burocrazia a tutti i livelli e per ogni pratica. Poi: adeguamento dei curricula formativi a tutti i livelli; ricerca di base a loro cura e spese (università, istituti ed enti) e sostegno a quella applicata (svolta direttamente dalle aziende); realizzare, adeguare le infrastrutture, materiali e immateriali, dei trasporti, delle comunicazioni, energetiche; assicurare con norme e prassi strettissime la meritocrazia. Riorganizzare e riqualificare se stesse (le istituzioni) quale unico presupposto per una reale diminuzione del costo sostenuto da cittadini e imprese e rendere effettiva la diminuzione della pressione fiscale. Con quanto sopra (salvo integrazioni) le istituzioni possono eliminare la prassi e persino la locuzione “Contributi alle imprese”.

                                                                                                 Luigi Scian